(Pubblicato su: SIERRA ALFA NEWS - Notiziario del CNSAS XIX Delegazione Lariana, Anno III, Numero 10, Novembre 1994)
Non è da molto passata la mezzanotte. Sono le primissime ore di Mercoledì 6 luglio. Improvviso lo squillo del telefono. Raramente una telefonata nel cuore della notte porta buone notizie, ma tutto mi aspetto in questo momento tranne un'allarme per un incidente speleologico.
La sorpresa comunque non dura che pochi istanti: le notizie sono precise, l'incidente è certo, non si tratta del solito mancato rientro che si risolve quasi da solo dopo poche ore di apprensione.
I fatti: sei speleologi, di cui tre alle prime esperienze ipogee, sono in grotta da qualche ora per quella che doveva essere una breve escursione notturna.
Improvvisamente, intorno alle ore 23:00 di Martedì 5, l'imprevisto. Forse un errore causato dall'inesperienza nell'affrontare un passaggio delicato, forse la perdita di un appiglio, forse un lieve colpo di sonno, forse tutte queste cose insieme: Sergio Duina, 33 anni, bresciano, affrontando un tratto di meandro a circa -180, cade in una delle numerose verticali che caratterizzano la grotta chiamata "Omber en Banda al Büs del ZeI", cavità naturale situata sull'Altopiano delle Cariadeghe, a pochi chilometri da Brescia.
Nonostante la caduta non indifferente, circa 13 metri, la fortuna aiuta Sergio, che sembra lamentare solamente una frattura al femore destro.
Dopo una rapida verifica delle condizioni del ferito, due compagni rimangono con Sergio per confortano e garantirgli un minimo di assistenza in attesa dei soccorsi, mentre gli altri due risalgono in superficie per dare l'allarme.
In poco più di un ora sono all'esterno, raggiungono un telefono e contattano il Soccorso Speleologico.
Immediatamente scattano i meccanismi tante volte sperimentati nel corso di tante esercitazioni: una serie di rapide telefonate dirama l'allarme.
All'apparecchio rispondono voci assonnate di volontari, e voci più allarmate di mogli e madri, che certamente si chiedono cosa hanno fatto per meritarsi mariti e figli che provocano loro questi soprassalti notturni.
Nel giro di poco tutta la squadra è mobilitata, ed inizia il trasferimento per raggiungere il paese di Serle, nelle cui vicinanze si apre l'ingresso della cavità.
Non appena sono certo che il meccanismo dei soccorsi si è messo in moto, anch'io carico lo zaino in auto e mi avvio verso Lecco, dove ho appuntamento con Paolo, il mio vice.
Il tempo si presenta incerto, ma non preoccupante.
Ben presto però incappo in un violentissimo temporale, che mi costringe a guidare molto lentamente, e che inizia a preoccuparmi: un tempo simile sull'altopiano dove si apre l'"Omber" comprometterebbe seriamente le operazioni di soccorso, costringendoci a lavorare in condizioni proibitive.
Contatto immediatamente i compagni di Sergio rimasti ad attenderci presso il telefono da cui hanno dato l'allarme e che in parte mi confortano: piove, ma debolmente, e pare in procinto di smettere.
Confortato da queste notizie, raggiungo nel frattempo Lecco, che mi accoglie con un aspetto inconsueto: la città è completamente allagata, e il nubifragio non accenna a placarsi.
Incrocio alcuni automobilisti in difficoltà, alcuni dei quali bloccati in pozze profonde anche 40 cm.
Giunto finalmente al Centro Operativo trovo ad attendermi Paolo, che mi ragguaglia velocemente sugli ultimi sviluppi dell'intervento.
Le prime squadre sono sul posto, e a breve dovrebbero raggiungere il ferito per iniziare le manovre di stabilizzazione.
Mi rimetto immediatamente in viaggio, i chilometri da percorrere sono ancora parecchi.
Continua a piovere a dirotto, e la cosa non cessa di preoccuparmi.
Verifiche telefoniche regolari mi confermano tuttavia che il tempo su Brescia va migliorando: è coperto, ma la pioggia è cessata. Finalmente, anch'io sono a Serle. Segnalo rapidamente l'accaduto alla Prefettura e alla Centrale "118" di Brescia.
Una veloce sosta al bar da cui è partito l'allarme, per raccogliere ogni informazione possibile direttamente dalla voce dei compagni di Sergio, poi raggiungo il campo approntato nei pressi dell'ingresso della grotta.
Tutto mi appare in ordine, i ragazzi stanno facendo un buon lavoro: il medico con la prima squadra intervenuta sta provvedendo alla stabilizzazione del ferito.
La linea telefonica li sta per raggiungere: presto potremo contare su di un collegamento diretto con la zona delle operazioni per poter seguire l'intevento in tempo reale.
Una prima squadra d'armo è già in grotta e sta preparando al recupero il tratto più profondo, mentre una seconda si sta cambiando.
La situazione sembra essere sotto controllo.
Conosciamo bene la grotta, però, e sappiamo di non poterla sottovalutare: in passato, altri due incidenti ci avevano fatto penare non poco.
Così, non appena il telefono raggiunge il ferito, tracciamo un quadro preciso della situazione.
Il medico mi conferma la frattura del femore destro, ma anche, fortunatamente, le buone condizioni generali del ferito, che non sembra presentare altri problemi.
Sul posto sono presenti una trentina di tecnici, sufficienti certamente ad affrontare l'intero recupero.
Tuttavia, per prudenza, decidiamo di chiedere rinforzi alla vicina Delegazione Veneta, che prontamente ci mette a disposizione dieci tecnici della Squadra Veronese.
Sergio infatti, si trova al di là di una lunga serie di strettoie, pozzetti, meandrini infidi, che ci costringeranno ad un lungo e faticoso lavoro.
Le ore passano. Albeggia. Dal telefono interno giunge, frammisto al rumore di trapani, martelli e moschettoni, il vociare delle squadre al lavoro: il morale è alto, confortato anche da rapidi aggiornamenti sulle condizioni del ferito, sempre soddisfacenti, e dal progredire spedito delle operazioni di armo e disostruzione.
Finalmente, alle ore 9:20, la notizia tanto attesa: la barella comincia a muoversi verso l'uscita.
La situazione è sotto controllo, tutto procede bene.
Prendo contatti con le autorità locali, Sindaco e Carabinieri, a cui segnalo l'accaduto facendo un rapido resoconto della situazione.
Passano le ore, lentamente la barella avanza.
Riceviamo la visita del Vicesindaco e dei Carabinieri che vogliono un aggiornamento della situazione.
Nel frattempo la notizia dell'accaduto si è purtroppo diffusa, e gradualmente la zona si anima.
Ben presto ci troviamo circondati da una vera folla di parenti, amici, conoscenti e semplici curiosi, così numerosi che rischiano di intralciare le nostre operazioni.
Non mi posso muovere di un passo senza essere seguito da un codazzo di persone che vogliono sapere, vogliono vedere.
Raggiungo l'ingresso della grotta e lo scopro assediato da altre persone in attesa, che fortunatamente riesco, per il momento, ad allontanare.
Tornato al campo trovo ad attendermi giornalisti e cameramen, a cui faccio un ampio resoconto dell'accaduto, cercando di evitare che riportino informazioni distorte o inesatte.
Le domande sono le consuete: se andar per grotte sia un'attività da pazzi incoscienti, se c'è aria suffi ciente per respirare, se ci sono consigli utili da dare a chi voglia intraprendere questa attività (come se fosse possibile condensare un corso di introduzione alla speleologia in quattro battute televisive!). In un'epoca di viaggi spaziali la grotta, nell'immaginario collettivo, rappresenta ancora mistero, pericolo, paure ancestrali.
Eppure per lo speleologo è un mondo magico, incantato, quasi immutabile eppure sempre diverso, severo, mai ostile.
Siamo ormai nel tardo pomeriggio, il recupero prosegue.
Sono costretto a chiedere l'intervento dei Carabinieri per allontanare la folla dalla zona delle operazioni.
Le condizioni di Sergio si mantengono discrete, nonostante le molte ore trascorse dall'incidente: è in grado di mangiare e bere autonomamente, ma comincia a dare segni di stanchezza.
La parte peggiore del recupero, la più scomoda, quella che preoccupava maggiormente è stata superata: solo pochi pozzi e poi, finalmente, all'aperto. La stanchezza del ferito costringe però a soste frequenti affinchè il medico lo possa assistere adeguatamente.
Nel frattempo anche all'esterno si intuisce che è ormai questione di poco, prima di vedere finalmente a sagoma della barella spuntare dal pozzetto di ingresso.
Nonostante la stanchezza, le ore insonni, una rinnovata energia ci sostiene per le ultime poche ore di attività frenetica: manca poco, tre pozzi, due pozzi, un pozzo...
Finalmente, intorno alle 23:30 la barella è all'aperto.
Tutte le attenzioni sono per lui, delle squadre che hanno lavorato per più di 20 ore nessuno più si interessa.
Resta la stanchezza, che cala improvvisa come una cappa di piombo, sulle spalle di tutti. Ma resta la soddisfazione e l'orgoglio di aver partecipato, e la consapevolezza che ne valeva la pena.
ORE 00.30
Dormo da poco.
Mi sveglia lo squillo del telefono.
...«Pronto!...ciao Dario...cosa è successo...?»
«...un incidente aII'Omber...!!!»
«Omber en banda al Bus del ZeI», mitico nome di una grotta che si apre nel comune di Serle (BS) sul Piano delle Cariadeghe, venerata e rispettata per le sue difficoltà e la capacità di dare sempre nuove soddisfazioni esplorative.
Anche la sera del 5 luglio sei speleologi di un gruppo bresciano scendono per visitarla.
Purtroppo un componente del gruppo, sbagliando percorso, giunge alla sommità di un P.13. Mentre controlla se il pozzo è armato, il cedimento di una lama di roccia lo fa precipitare.
Valutata la gravità dell'incidente uno dei compagni raggiunge l'uscita e chiama il Soccorso Speleologico. Non è la prima volta che l'Omber ha il privilegio della prima pagina a causa di un incidente; già due volte il soccorso speleo ha operato in questa cavità. Nel 1977 uno speleo cade dal P.25, riportando gravissime lesioni. Per recuperare il ferito in superficie ci vorranno giorni di duro lavoro per i volontari del IX gruppo, specialmente per l'improbo lavoro di disostruzione delle numerose strettoie.
Nel 1986 un altro incidente a notevole profondità. Questa volta l'infortunato - pur avendo riportato una frattura ad una gamba - aiutato dai volontari del soccorso guadagna l'uscita senza l'utilizzo della barella. Torniamo ad oggi!
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La barella viene recuperata su una verticale(Foto: R. Bregani) |
ORE 00.45
Parte la chiamata per allertare tutti i volontari del IX Gruppo del Soccorso Speleologico.
ORE 01.30
I primi volontari raggiungono la località dell'incidente. Prendono contatto con il
compagno dell'infortunato che ha dato l'allarme. Raccolgono tutte le informazioni: condizioni
del ferito (Sergio) - luogo preciso dell'infortunio (al termine del gran canyon).
ORE 02.30
Una squadra di primo intervento composta da tre persone entra in grotta, con il compito di
portare i primi aiuti al ferito e riportare all'esterno notizie precise e sicure sulle sue
condizioni.
ORE 03.30
Arriva il medico del IX Gruppo. Si organizza una squadra che porterà materiale sanitario
e medicinali per "condizionare" il ferito.
ORE 04.00
La squadra medica entra in grotta.
ORE 04.30
Arriva il furgone con tutto il materiale necessario per il recupero e per allestire il campo
esterno. Nel frattempo quasi tutti i volontari hanno raggiunto il luogo delle operazioni. Si
organizzano tre squadre affidando ad ognuna un tratto di grotta in cui operare per il recupero
della barella. Ogni squadra prepara il materiale necessario per il suo intervento. Viene fatto
presente che a meno 200 occorre forzare un passaggio molto stretto, conosciuto come il
"laminatoio". È necessario perciò organizzare una squadra disostruzione che con
idonei attrezzi provveda a rendere agibile e percorribile dalla barella lo stretto
passaggio.
ORE 04.45
Si inizia a stendere la linea telefonica all'interno della grotta. Il medico raggiunge il
ferito, che è ricoverato sotto una tendina formata da teli termici, approntata dalla
prima squadra, sia per proteggerlo dal copioso stillicidio proveniente dal pozzetto che per
tenerlo al caldo. Il condizionamento dell'infortunato rileva una probabile frattura scomposta
del femore destro oltre a varie escoriazioni alle braccia. I compagni di Sergio, che fino a
quel momento si erano prodigati per rendergli meno dolorosa l'attesa dei soccorsi, vengono
accompagnati all'esterno.
ORE 05.30
Il ferito viene "imbarellato" dopo che si è provveduto ad immobilizzare l'arto con il
ferno-ked e a prestargli le prime cure per permettergli di sopportare il lungo e, purtroppo,
doloroso viaggio verso l'esterno. Le squadre d'armo e quella di disostruzione lavorano nelle
zone loro assegnate.
ORE 9.30
La barella inizia la sua lenta, ma continua e sicura salita verso l'uscita. L'inizio delle
operazioni di trasporto è traumatico sia per i soccorritori che per il ferito: è
difficile capire il giusto equilibrio tra la voglia di far presto e la necessità di
muovere la barella con estrema delicatezza anche a scapito della velocità. Ma la
preparazione e la sensibilità dei volontari fanno presto raggiungere il giusto
compromesso. Al termine del recupero dai pozzetti, prima dell'inizio del canyon, il medico
effettua il primo controllo medico. Le condizioni del ferito si mantengono stazionarie.
ORE 11.00
Il trasporto nel canyon richiede l'intervento di molte persone. Si è costretti a far
intervenire i volontari che operano più in alto per l'armo dei pozzi. In ogni caso si
procede bene ed il canyon è alle nostre spalle prima del previsto.
Si interrompe il recupero per effettuare un controllo medico e valutare le difficoltà per superare il laminatoio. E' sicuramente il tratto più difficoltoso: nonostante si sia lavorato energicamente, rimane pur sempre una strettoia, ed una volta iniziata la manovra nessuno potrà più intervenire sul ferito. Lo si condiziona adeguatamente e si riparte. I primi metri vengono affrontati con la barella su un fianco... mai meandro è sembrato così stretto!... gli sforzi,... l'attenzione dei soccorritori che accompagnano la barella, uno davanti procedendo a ritroso e uno indietro, è massima nel cercare di evitare gli urti con la roccia. Sergio stringe i denti. Anche noi li stringiamo con lui. Per superare gli ultimi metri siamo costretti a togliergli il casco.
ORE 14.00
Si tira un grande sospiro di sollievo! ..il laminatoio è superato. Sergio riposa ed il
medico controlla le sue condizioni. Tutto sembra ok. Ora è solo questione di tempo e la
barella non deve più superare grandi ostacoli. Siamo alla base dei pozzi.
ORE 16.00
Riprendono le operazioni di risalita. Subito verifichiamo la differenza tra il recupero della
barella in orizzontale e in verticale. Quando la morfologia del pozzo ci costringe al recupero
in verticale Sergio avverte segni di nausea e comincia a sentirsi male, mentre decisamente
migliorano le sue condizioni quando vi è la possibilità di utilizzare la barella
in orizzontale. L'uscita di ogni pozzo vede il medico impegnato in continui controlli delle
condizioni del ferito prima di dare l'ok per continuare il recupero.
ORE 17.45
La barella è alla sommità del P.25 dopo aver "faticosamente" conquistato
l'uscita. Sergio è stanco ma reagisce bene.
ORE 20.00
Siamo finalmente in cima al pozzo Orso. Mancano ancora quattro pozzi e poi... l'uscita. Sergio
deve riposare per affrontare le ultime difficoltà. Anche i soccorritori cominciano ad
avvertire la stanchezza: sono quasi 14 ore che si opera senza risparmio. Mentre Sergio viene
rifocillato si approfitta della fermata per divorare panini e preparare qualcosa di caldo da
bere.
ORE 21.45
Raggiungiamo il penultimo pozzo. Troviamo gli amici del soccorso speleologico della squadra di
Verona, venuti ad aiutarci nel recupero. Hanno già preparato gli armi e collaboriamo con
loro nel recupero degli ultimi due pozzi.
ORE 23.00
La barella è alla base del pozzetto d'uscita. Si organizza la squadra per il trasporto
all'esterno sino al campo dove una ambulanza è in attesa.
ORE 23.30
Sergio è finalmente fuori dalla grotta. Le difficoltà, le paure sono alle sue ed
alle nostre spalle. Ora ci si può rilassare, distendere e guardare con orgoglio
l'assalto alla barella sia dei preoccupati parenti che delle telecamere e macchine
fotografiche. Domani il nostro amico Sergio avrà molto da raccontare, potrà
ancora avventurarsi in meravigliosi mondi sotterranei alla ricerca delle "radici del cielo" per
merito della preparazione e della capacità dei volontari del Soccorso Speleo.
Dal punto di vista medico, pur mancando segni sicuri di lesione ossea, si poteva comunque supporre con alta probabilità la frattura alta del femore destro. Il ferito inoltre lamentava dolore ai gomiti, zona in cui si riscontrava la presenza di sangue senza, però segni di emorragia in atto.
Le prime manovre mediche sono state rivolte alla valutazione delle principali funzioni vitali. Facendosi raccontare l'accaduto, è stato possibile valutare lo stato di coscienza. Il ferito non aveva mai perso coscienza e riferiva di non aver battuto la testa: si potevano escludere lesioni al cervello.
A parte l'immobilità della gamba, a causa del dolore, non erano evidenti altri deficit dei movimenti. La pressione era discreta e la frequenza cardiaca nella norma. La principale attenzione, nelle prime fasi, era quella di valutare che i parametri vitali, validi alla prima osservazione, rimanessero stabili nel tempo. Dopo aver constatato che le condizioni erano buone ed aver formulato un'ipotesi diagnostica, nel tentativo di mantenere i parametri stabili, il ferito è stato rassicurato psicologicamente, riscaldato ed alimentato con bevande dolci e calde e cibi dolci. Dato il forte dolore provocato dalla lesione è stata necessaria una terapia antidolorifica, dapprima con un farmaco per bocca che non provocasse fastidi allo stomaco, poi, risultando il primo inefficace, con un analgesico più potente per via intramuscolare.
In attesa della barella e dell'allestimento delle corde per il recupero, i principali parametri (pressione, polso, livello del dolore, stato di coscienza), sono stati valutati ogni trenta minuti. I nemici principali da cui difendersi erano lo shock e l'ipotermia. Al primo potevano concorrere piu' cause: la frattura di un osso importante, la disidratazione tipica di attività sportive prolungate, il dolore, lo spavento, il raffreddamento, la scarsa alimentazione. Per l'ipotermia concorrevano la bassa temperatura della grotta (intorno a 6-7 gradi), gli indumenti bagnati, l'immobilità prolungata e lo spavento.
Finalmente sono arrivati i materiali medici. Con il Ferno-Ked abbiamo immobilizzato la gamba destra contro la sinistra ed abbiamo così trasportato il ferito sulla barella, lasciando il Ked a protezione dagli urti. La particolare disposizione dei mezzi di fissazione della barella speleo ha consentito una buona immobilizzazione del ferito nonostante fosse stata lasciata libera la gamba ferita. Su questa barella il ferito rimarrà per quasi 20 ore. Una volta iniziato il trasporto, il monitoraggio dei parametri è stato fatto ogni ora-ora e mezza, anche approfittando delle pause tecniche. Appena possibile il ferito veniva alimentato e forzato a bere, piccole quantità frequentemente se le bevande erano fredde, dosi maggiori se le bevande erano calde. L'ipotermia è stata combattuta efficacemente con teli termici all'interno della barella e mediante l'uso della "piovra". La grotta presentava una serie di strettoie che sono state superate grazie alla particolare sottigliezza della barella, che, unita al fondo liscio, veniva fatta scorrere nelle strettoie, mentre qualcuno cercava di ridurre al minimo i traumatismi sulla gamba lesa. In certi punti il soffitto era così basso che è stato necessario togliere il caschetto e piegare i piedi di lato, perchè diritti non passavano! I pozzi dalla imboccatura stretta ponevano particolari problemi per la necessità di verticalizzare la barella, che contrastava con la necessità del ferito di rimanere orizzontale, per ridurre il rischio di shock. Inizialmente il ferito non poneva particolari problemi, ma con l'andare del tempo si sono presentate due difficoltà. La prima era che il ferito faceva fatica ad urinare, ma permanendo una certa capacità, per non prolungare la manovra in maniera esagerata (mancava ormai poco all'uscita) non è stato ritenuto il caso di cateterizzare il ferito. La seconda, più preoccupante, è stata l'ipotensione ortostatica, uno dei primi segni del temutissimo shock. In sostanza il ferito posto in posizione semiverticale, manifestava segni di pressione bassa, con pallore, nausea, giramento di testa e malessere generale. Purtroppo la posizione semiverticale era imposta dalla conformazione della grotta e il particolare bilancino della barella velocizzava il pronto ritorno in orizzontale del ferito appena possibile, ma una buona sosta era ormai indispensabile. Che fare? La pressione era scesa un po', ma in posizione orizzontale ritornava accettabile. Mancavano ancora tratti da affrontare in verticale; l'uscita comunque non era più lontanissima. C'erano tre possibilità: iniziare l'infusione endovenosa di liquidi per sollevare la pressione, mettere i pantaloni anti-shock da gonfiare nei tratti verticali, far riposare il ferito alimentandolo correttamente.
Su richiesta telefonica sono arrivati i pantaloni anti-shock e due sacche di soluzione fisiologica. Accidenti - pensavo - proprio ora che siamo quasi all'uscita si devono complicare le cose! La situazione rischiava di precipitare. Iniziare le "flebo" era l'ultima soluzione, presentando grossi problemi per il trasporto e per il fatto di infondere soluzioni fredde che potevano raffreddare il ferito (per minimizzare questo problema, non ho esitato a prendere le due sacche gelide e a ficcarle nelle tiepide pance di due sventurati tecnici), con ripercussioni psicologiche sul ferito. Abbiamo alimentato il ferito con cibi salati oltre che dolci, forzandolo a bere. Con soste frequenti, soprattutto prima e dopo tratti con la barella verticale, siamo riusciti a far regredire l'ipotensione ortostatica senza l'uso dei pantaloni anti-shock che avrebbero richiesto lo sbarellamento per il posizionamento. Senza che il ferito si raffreddasse, con il dolore sotto controllo siamo così usciti sotto i riflettori dei curiosi. Ormai era fatta! L'ultima e più dura difficoltà è stato il trasporto in ospedale, mentre i tecnici disarmavano la grotta e andavano a casa a dormire, Mauro e Marco sono stati precettati per andare a recuperare il "dottore", come prima avevano recuperato il resto del materiale di cui, appunto, il "dottore" fa parte.
Con gli occhi pieni di nerofumo di acetilene, fango e sonno, ci siamo trascinati verso casa lungo l'autostrada, completamente addormentati, sicuramente contromano.
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