(Articolo de L'Adige del 10 Novembre 1998)
«Guarda, in quei momenti la cosa più importante è non perdere mai la calma. Il resto lo fanno i soccorritori, che sono stati eccezionali». Non fosse per la spalla e il braccio destro bloccati da una bendatura rigida, tutto si potrebbe dire di Giorgio Bozzi fuorchè sia rimasto in fondo ad una grotta, a 140 metri di profondità e con una temperatura di cinque gradi per qualcosa come 15-16 ore, sino alle quattro di lunedì mattina. A poche ore dal suo recupero, il perito agrario di Riva del Garda, 28 anni, nato a Milano ma dal '90 stabilitosi sulle sponde del lago, è sorridente e sereno come se non fosse successo nulla. Dal suo punto di vista c'è stato anche troppo rumore per un episodio che «in fondo - dice - dobbiamo mettere in preventivo noi che abbiamo questa passione».
Nella sua casa di via Cattoni, al civico numero 9, c'è Claudia, la sua fidanzata, ad aiutarlo nelle piccole cose. Nelle ore dell'allarme e del recupero, Claudia si è tenuta costantemente in contatto coi genitori di Giorgio, Enrico e Marisa Bozzi, che abitano a Milano e che hanno seguito passo passo via telefono l'evolversi della situazione. Loro un po' di paura l'hanno avuta, Giorgio manco per idea. Mica perchè è fatto di acciaio «ma perchè se perdi il tuo self control in situazioni del genere tutto diventa più difficile invece che facile». La prima cosa che ci tiene a dire è che «i soccorsi sono stati eccezionali». Poi sotto col racconto di quelle ore, a 140 metri di profondità nell'Abisso di Val Parol, sulle pendici del Monte Baldo nel territorio del comune di Nago.
«Era l'ultima uscita di un corso di speleologia organizzato dal Gruppo Speleologi della Sat di Rovereto. Abbiamo iniziato la discesa verso le 10.30-11, da quel momento però ho perso la cognizione del tempo - prosegue Giorgio - Eravamo in una quindicina circa, io avevo già affrontato grotte come l'Abisso di Val Parol, un percorso di discreta difficoltà ma non certo la fine del mondo. Proprio alla fine della grotta è avvenuto l'incidente e scusami se lo dico ma questa è proprio sf... Comunque, ad un certo punto io e altri tre compagni abbiamo deciso di fare un altro meandro, chiamato Ramo Fossile, gli altri invece stavano già tornando indietro. Era un tratto orizzontale, sono scivolato e ho battuto la spalla contro la parete rocciosa. Non riuscivo più a piegarla ma sia io che i miei compagni non ci siamo persi d'animo. Sono tre anni che vado per grotte e ho capito che la cosa più importante è non perdere mai il proprio self control. L'unico timore era per il medico. Gli unici in grado di intervenire in queste condizioni vengono o da Chioggia o da Padova e Vicenza: avevo solo paura che non rintracciassero nessuno».
A quel punto è scattato l'allarme e immediatamente la macchina dei soccorsi si è messa in moto. Giorgio comunque non è rimasto con le mani in mano e assieme agli altri amici ha intrapreso la strada del ritorno nonostante il dolore. «Abbiamo risalito tre pozzi e camminato per un po', sino a quando non abbiamo trovato un posto asciutto - continua Giorgio, più divertito che spaventato. C'erano cinque gradi e avevamo freddo. Quando i soccorritori ci hanno raggiunto, due di loro sono rimasti con me e gli altri compagni sono tornati in superfice. Mi hanno portato un sacco a pelo, una stufetta, un telefono per comunicare con la superfice, alcune coperte termiche. Piccole cose che ti fanno sentire sicuro, compresa un po' di cioccolata e un panino con la coppa. Cosa mi passava per la testa in quei momenti? Niente di particolare. Con gli altri compagni abbiamo ammazzato il tempo parlando del più e del meno». A cielo aperto gli uomini del Soccorso Alpino di Riva e Rovereto, quelli del gruppo speleologico provinciale, alcuni volontari e i Vigili del Fuoco di Riva e Rovereto avevano installato in pochi minuti due campi base e nei 140 metri di grotte e gallerie che dividevano Giorgio dal cielo aperto ben 3-4 postazioni intermedie dotate di telefono da campo. La chiave di volta è stato l'arrivo dei due medici: «Mi hanno tagliato la giacca e mentre uno mi teneva l'altro mi ha "girato" la spalla facendomela tornare nella sua posizione naturale - racconta ancora Giorgio - A quel punto potevamo tornare a casa».
Per facilitare la risalita i soccorritori hanno anche dovuto disostruire una galleria piuttosto stretta. Risolto il problema, senza conseguenze, il perito rivano e i suoi «angeli custodi» sono potuti tornare all'aria aperta. «Con le mie gambe e senza eccessivi problemi» ci tiene a sottolineare Giorgio Bozzi. Una volta in superfice, ecco il brindisi liberatorio. Prima un po' di the caldo, poi anche un bel bicchiere di spumante per stemperare la tensione di quei momenti difficili. «Se tornerò a fare speleologia? Ma certo - ribatte secco Giorgio - E perché non dovrei? Per me non è stata un'esperienza negativa, anzi, soprattutto sotto il profilo umano».
«Sapevo che in questi casi i soccorsi non sono facili e pensavo di rimanere in quella grotta almeno sino a stamattina. Invece gli aiuti sono stati perfetti, eccezionali». Giorgio Bozzi vuole ringraziare tutti quelli che si sono prodigati ore e ore per riportarlo sano e salvo in superficie. Una macchina perfetta quella del soccorsi che ha convogliato sul posto una sessantina di persone. Dagli uomini del Soccorso Alpino di Riva a quelli di Rovereto, dal Gruppo Speleologico Provinciale ai Vigili del Fuoco di Riva e Rovereto, dal Soccorso Speleologico della Sat ad alcuni volontari che hanno dato una mano impor tante. Tutti hanno lavorato per ore e ore, contribuendo in egual misura alla riuscita dl un'operazione che, nonostante la tranquillità di Giorgio Bozzi, non era e non è mai facile. Il perito agrario è tornato all'aria aperta verso le tre e mezza - quattro del mattino; i soccorritori fra una cosa e l'altra hanno potuto fare ritorno a casa solo alle cinque. Poi Giorgio Bozzi è stato trasportato all'ospedale di Rovereto dove gli è stata applicata una bendatura rigida alla spalla destra. E verso mezzogiorno ha potuto fare ritorno a casa con la sua fidanzata Claudia.
(Articolo de L'Adige del 10 Novembre 1998)
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