[CAI]

Club Alpino Italiano

Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico
Coordinamento Speleologico

[CNSAS]

Rassegna Stampa


(Articolo de La Rivista della Montagna n° 91, novembre 1987)

Un gioco per la vita

di Andrea Gobetti

Quand'ero bambino, c'era un gioco chiamato «l'asino vola». Ci si sedeva in circolo e, tutti insieme, si metteva il dito al centro, a contatto con quello del banditore che dirigeva il gioco. Poi lui annunciava: «lo struzzo vola... il canguro vola... la scrofa vola...», e ogni volta alzava il dito. Chi lo seguiva era perduto, e veniva seppellito di risale. Ma quando lo stesso banditore proclamava: «la cinciallegra vola... la nuvola vola... lo Zeppelin vola», se non alzavi il tuo ditino con lui eri ugualmente perduto.

Molte risa e qualche pianto nascevano da quel gioco, e alcuni misteri rimanevano insoluti a causa dei battibecchi. Vola il tempo? E le cambiali, gli schiaffi, i cretinosauri? Io perdevo sempre, perché non facevo volare nessuna macchina, nessuno Sputnik. Gli uccelli potevano fare qualcosa di cui gli uomini erano incapaci, ma le macchine no, non lo sopportavo. Poi ci si abitua. Le macchine volano e l'uomo no. Scendono sino in fondo al mare, arano migliaia di ettari e l'uomo no. Dirigono in un secondo mille treni, calcolano cifre infinite, sollevano tonnellate e vedono nel microscopico. L'uomo no. Per certo conosco soltanto due o tre cose che gli uomini fanno e le macchine no: sognare, andare in grotta, viaggiare in mondi oscuri, misteriosi, meravigliosi, resi inquietanti dal possibile incontro con l'incubo.

In quei luoghi, frequentati solo da analisti e speleologi, le macchine non possono aiutare, non sanno soccorrere, non funzionano. Proprio per questo laggiù nascono storie che emozionano fortemente gli uomini del nostro secolo, sempre incerti sul loro essere schiavi o padroni delle macchine.

Anche col territorio l'uomo bianco ha un rapporto curioso: a differenza del pellerossa, per esempio, pensa di poterlo possedere e spesso ne diventa schiavo. Il mio maestro di speleologia, Beppe Dematteis (cfr, Le metafore della Terra, ed. Feltrinelli), ci informa che esplorare deriva dal latino ex-ploro, cioè faccio confessare piangendo (= prendo con la forza le risorse di un luogo), e che il destino degli esploratori è quello di implorare la loro razza di ricordarsi del diritto alla vita. Beppe insegue questa affascinante metafora lungo la variopinta storia del colonialismo, scopre la geografia come scienza al servizio delle conquiste, necessaria per mettere le mani adunche sul territorio adocchiato.

Ma cosa possiede invece chi esplora l'inutile mondo sotterraneo, territorio mitico della morte? Forse l'avventura d'implorarla di lasciarci scappare via...

Come una partita a scacchi

I primi incidenti sotterranei si registrano fin dagli inizi della moderna passione per la conoscenza del mondo ipogeo, e costituiscono gran parte della vasta aneddotica della speleologia. Il soccorso sotterraneo, e cioè la volontà organizzata in luogo della speranza nel miracolo, è assai più recente, contando in Italia vent'anni contro i due secoli di esplorazioni speleologiche.

Le cause delle disgrazie sono tra loro differenti, ma non è difficile ricondurle a tre situazioni principali: la caduta, il precipitare di pietre o altri materiali sullo speleologo, l'improvviso ingrossarsi dei corsi d'acqua sotterranei. Talvolta, però, capita di respirare gas asfissianti (generalmente nelle grotte molto calde, dove la fermentazione del guano di pipistrello produce una grande quantità di anidride carbonica), di rimanere incastrati in qualche strettoia, cadere in stato di sfinimento psicofisico, annegare. Una volta, nell'Abisso Berger, in Francia, accadde che uno speleologo morisse di fame intrappolato appena al di là di un sifone in cui tutti pensavano fosse annegato. Un buon numero di incidenti, poi, si può attribuire all'attività speleosubacquea: incidenti quasi sempre fatali che richiedono specialissime tecniche di soccorso.

Parlando di soccorso, chi si preoccupa per la vita degli esploratori o per il denaro dei contribuenti, che in tali occasioni pare venga speso senza ritegno, consideri che in realtà gli incidenti dovuti all'imprudenza dell'inesperto non creano quasi mai grossi problemi.

Un soccorso è invece una «gatta da pelare» quando l'infortunato è decisamente capace nelle cose speleologiche e per di più è andato a cacciarsi in luoghi talmente difficili e lontani dalla superficie da tagliare fuori gran parte dei soccorritori. Diventa infine una «bestia nera» in odore di leggenda quando il guaio accade in esplorazione, in un territorio cioè della cui natura nessuno può saperne niente di niente.

Raccogliere il SOS lanciato dall'abisso, in certe condizioni è una questione assai delicata, variamente interpretata nel corso degli ultimi vent'anni sino a sfociare in trionfo o tragedia. Non esistono mezze misure giocando a speleoscacchi con la morte; esistono pozzi, frane, fessure e cascate che giocano col nero, e buffi ometti col casco che stanno dalla parte del bianco, colore del ritorno alla luce.

La partita inizia all'«ora X», nel momento in cui il nero muove e dà una botta al «re bianco» (il ferito è il re perché tra tutti i pezzi è il più importante, ed è anche quello che si muove solo a piccoli passi). All'«ora X», dunque, simile ad una bomba a orologeria, comincia a ticchettare il pezzo forte dei neri, il «pedone dello stato di shock«, che salterà addosso al «re bianco» trasformandosi in un collasso irreversibile e uccidendolo tra le ventiquattro e le trentasei ore. A meno che la potente «regina bianca» (il medico del soccorso) non arrivi prima di lui dal re ferito e lo tenga lontano con soluzioni zuccherine e cortisone in dosi elefantiache.

Alla prima mossa del nero, la risposta bianca dovrebbe essere un'apertura di «cavallo», cioè una corsa al massimo della velocità con cui uno dei compagni del ferito esce all'esterno ad annunciare al «giocatore» (il responsabile del soccorso) che la partita è cominciata.

Tutta la prima fase delle operazioni si svolge all'insegna della velocità. Bisogna raccogliere, quasi sempre in momenti assurdi come il sabato notte o la domenica mattina, decine di volontari, passando attraverso mamme, fidanzate, zie e pattuglie di poliziotti appostate sulle autostrade. È in quei momenti che si comincia a fiutare la direzione nella quale soffia il vento della fortuna. E mentre le forze del bianco si riuniscono intorno all'entrata dell'abisso, il medico viene fornito di tre o quattro fra i migliori grottisti racimolati e inviato col suo prezioso quanto fragile pacco dono a rallegrare l'infortunato.

Al ferito viene praticata la terapia anti-shock, si attende la sua reazione e, se tutto va bene, si passa alla seconda fase della partita: dal medico, i riflettori si spostano sul «grande capo» all'esterno, alle prese con le centinaia di problemi organizzativi che lo mordono da tutte le parti.

La storia del soccorso è un'odissea

Tralasciando per un attimo il gioco degli scacchi per le cronologie della realtà, è impossibile non rammentare una serie di storici incidenti che hanno richiesto delle operazioni di soccorso veramente complesse: due nell'Abisso Davanzo (Monte Canin) nel 1973 e nel 1982, due al Marguareis (Abisso Cappa, 1976; Abisso Joël, 1982), uno sulle Alpi Apuane (Abisso dei Draghi Volanti-Monte Sumbra), tutti causati dalla caduta di una pietra e accomunati dalla frattura di uno degli arti inferiori dello speleologo. E ancora: uno sul Carso bresciano (Abisso dell'Omber en Banda al Bus del Zel - che tradotto significa: ombre in banda al Buco del Sale -, 1976), e quello dell'Abisso del Vermicano (1983), entrambi avvenuti per una caduta.

Senza voler stilare un'impossibile classifica delle difficoltà, notiamo che il primo incidente al Davanzo avvenne nell'epoca della pesante tecnica delle scale. A circa 600 metri di profondità, ebbe inizio con la scena agghiacciante di Roberto Boringhieri, prigioniero del pesante lastrone che gli aveva rotto una gamba, al quale qualcuno mise in mano la mazzetta e disse: «Visto che urli tanto, rompilo tu, 'sto lastrone, ché così senti come ti fa meno male!». Il seguito del soccorso non fu da meno. Dove la barella, per lunghissimi tratti, non riusciva a passare nello stretto meandro, il ferito dovette arrangiarsi da solo secondo la «tecnica del Nazareno» o del «Lazzaro, alzati e cammina». Alla fine, dopo tre giorni di lotta, Roberto Boringhieri uscì dall'abisso vivo e vegeto.

La storia di quel soccorso è un'odissea, ma la riuscita dell'operazione diede però l'impressione che «l'impossibile» fosse alla portata di una squadra capace, forte e bene organizzata.

Organizzazione, parola magica

Ritorniamo ora alla seconda parte del soccorso, quella dove abbiamo lasciato il giocatore bianco alle prese con una piccola città di soccorritori, nata per incanto in prossimità dell'abisso e convinta di poter vivere nell'ombelico del mondo.

Il momento è delicatissimo. Da ogni parte arrivano volontari del soccorso, soldati e ufficiali delle varie armi, materiali necessari all'operazione, esperti radioamatori, esperti dell'esplosivo, esperti confusionari. Arriva la televisione, gli eroi si fan belli, arrivano i giornalisti, i parenti del ferito. Nascono scene strazianti, proposte allucinanti di soccorso. Dopo Vermicino, l'ipotesi di trivellare il mondo o di aprire nuove entrate nella grotta è un po' caduta in disgrazia, ma non è raro sentire frasi del tipo: «fate presto, prima che diventi buio!», proferite dagli «esperti», oppure idiozie ancor più pericolose, perché meno incredibili, proclamate da una folla di incapaci o da temibili speleologi ex-capaci.

Un'altra pianta orrenda che infesta i paraggi degli abissi è la «caccia al tesoro», per cui molti vogliono per sé, per il proprio gruppo, la propria nazione, il trofeo, cercando di recitare un ruolo decisivo del quale, alla prova dei fatti, non saranno all'altezza. Con lo speleologo nizzardo Jo Lamboglia, bloccato a 250 metri di profondità da una doppia frattura alla gamba, all'Abisso Joël si scatenò un circo equestre che sfiorò la tragedia. L'abisso si apre sulla frontiera della Colla dei Signori, in terra di Francia per 30 metri. Nelle prime ore della notte, l'allarme fu dato a Nizza e alla capanna Saracco-Volante a Piaggia Bella. Il soccorso iniziò subito con squadre miste. Col sopraggiungere delle prime luci del mattino, però, arrivarono sul posto i notabili dell'organizzazione francese. In breve divisero gli uomini per nazionalità lasciando fuori «quelli degli spaghetti», e poi riempiendo l'abisso di un notevole numero di incapaci che, sottovalutando le non modeste difficoltà del percorso, tra pozzi e fessure crearono una serie di ingorghi degni dei più famigerati svincoli stradali.

All'esterno non se ne sapeva nulla. Non essendo state giudicate necessarie le comunicazioni telefoniche, il gran capo dell'operazione continuava felicemente a estrapolare i movimenti di soccorritorì e ferito secondo uno speciale grafico multicolore elaborato da un infallibile computer.

Il castello di carte cadde ventiquattro ore dopo il momento dell'incidente. I primi soccorritori che erano riusciti ad arrivare da Jo uscirono e descrissero a fosche tinte il caos che imperversava là sotto, col ferito ancora bloccato nel punto dell'incidente da un medico della Gendarmerie che si ostinava a dichiararlo «assolutamente intrasportabile».

Richard, il «grande capo», annaspò e rivide come in un film eventi passati. Dieci anni prima era stato uno speleologo fortissimo, uno dei venti che, senza problemi di ordini o nazionalità, erano scesi oltre il pozzone del Cappa e in 60 ore di combattimento duro avevano tirato fuori vivo Patrick Roussillon.

Quella volta il soccorso al Cappa era stato molto complesso, complicato dalla diffidenza con cui buona parte del soccorso speleologico italiano vedeva la tecnica delle sole corde, da poco introdotta nel nostro paese e invece già familiare ai francesi.

Improvvisamente Richard si rese conto della realtà. Riconobbe vicino a sé i suoi compagni di allora e passò la mano a Giorgio Baldracco che, malgrado fosse allora un semplice volontario, aveva già diretto le operazioni di soccorso al Cappa. Per spostare il ferito bloccato da chi non voleva prendersi responsabilità, si aprirono la strada fra gli speleologi paralizzati i veterani Giuliano Villa, «le toubib italien» in odore di leggenda, un'altra volta ancora assieme a Lucien Beranger, e Paolo Oliaro. L'atmosfera cambiò sia fuori che dentro. Il ferito venne raggiunto sul filo del collasso e rianimato con le ben note «camomille» del Villa's Fast Food. Paolo, Alex e Lucien inseguirono a martellate tre incapaci e Jo cominciò a muovere verso l'esterno.

Intanto, da fuori, entrarono dodici ferocissimi pizzettari e suonatori di mandolino, e si buttarono dentro a mezzanotte cantando «O' sole mio»; durante la discesa si unirono a loro uno svizzero e alcuni nizzardi. Nel corso della discesa la grotta venne preparata per una veloce risalita e, a parte pacchi di dinamite e detonatori da disinnescare in qualche fessura, tutto filò liscio. Ventiquattro ore più tardi Jo era quasi all'esterno, quando fu necessario litigare con alcuni curiosi personaggi che avevano «ordini scritti» per prendere sotto le loro ali il ferito prima dell'abbraccio con le telecamere piazzate all'esterno. Ma che il mondo sia pieno di imbecilli, in fondo non è una gran novità.

Quando la torre è forte

Raccontando l'avventura del Joël, siamo passati dalla fase organizzativa a quella operativa, fase in cui il peso dell'azione dev'essere sostenuto dalle «torri», da quelle squadre cioè che devono portare il re ferito dall'alta profondità sino a regioni sotterranee accessibili a un più largo numero di soccorritori. È un'operazione, questa, riservata ai forti: ai forti secondo la dizione taoistica per cui «chi può sugli altri è potente, chi su sé stesso è forte». Far parte delle «torri», però, è ampiamente sconsigliato a chi non può comandare al suo corpo di inginocchiarsi o sdraiarsi su fango gelido e spuntoni per servire da tappeto umano al ferito.

A differenza di quanto accade nelle esercitazioni, infatti, durante i soccorsi più duri il ferito non può essere imbarellato perché non passerebbe nelle strettoie e nei meandri. E, sempre per rimanere in tema di esercitazioni e sul loro limitato valore pratico, si può aggiungere che, oltre a dare una spiacevole impostazione da carriera militare alla più ribelle o creativa delle attività umane, esse assomigliano ai soccorsi esattamente quanto gli autobus di Zurigo si imparentano con i trasporti urbani di Calcutta. E poi nessuno sano di mente - siamo sinceri - si sognerebbe di fare e soffrire, durante una simulazione, ciò che si può fare e soffrire per la vita di un amico.

Non si può negare, tuttavia, quanto cose del genere siano utili per impratichirsi in tecniche particolari, come quella «del contrappeso» messa a punto da Giovanni Badino, che permettono di eliminare ogni difficoltà per quel che riguarda la risalita di pozzi o salti verticali. In ogni caso va comunque detto che il reale affiatamento tra speleologi deriva dall'andare liberamente insieme ad esplorare le grotte più che da un calendario di comuni e coatte sofferenze.

Metri e centimetri

Se all'alba normalmente mancano ore e minuti, alla fine della notte sotterranea mancano metri e centimetri. Ora siamo quasi all'esterno, e il momento (o uno spazio, se preferite) è tra i più pericolosi.

Quando un soccorso volge al termine, e vedo i volti di tutti più distesi e illuminati, penso sempre con terrore a Nicolò Carosio, il leggendario telecronista del calcio, in procinto di annunciare il trionfo della nazionale e costretto invece, a 30 secondi dal fischio finale, ad un ululato strangolato dal pianto: «No! Maledizione! Ha segnato Eusebio, siamo eliminati». Nel dicembre del 1976, pochi giorni prima di Natale, stava proprio per finire così.

Era stato un soccorso tremendo, perennemente in bilico, sempre pronto a scivolare in tragedia. Alcuni speleologi bresciani e altri dello Speleoclub Tanaro stavano esplorando l'Omber en banda al Bus del Zel, un abisso strettissimo e impastato di fango, praticamente un susseguirsi di pozzi e cunicoli viscidi. Usavano la tecnica mista di scale e corde che dopo quel momento fu cancellata per sempre dalla speleologia. Progredivano sulle scale e si assicuravano sulle corde, tanto per essere chiari. Bruno Vinai aveva appena risalito un pozzo di 24 metri; di li doveva infilarsi direttamente in una fessura aggettante, quando improvvisamente scivolò in quel passaggio delicato. L'autobloccante non fece presa sulla corda sporca di fango (differente è la funzionalità delle jumar e quella degli altri autobloccanti per la progressione o l'assicurazione) e Vinai precipitò nel pozzo. Al fondo, in attesa del suo turno di salire, c'era Gianni Guidi. Poteva capitare una tragedia, come al Pozzo Gaché (Abisso Berger), nel 1975, quando morirono due speleologi uno sull'altro. Ma Guidi, sentendo che lungo il pozzo stava capitando qualcosa di grave, tirò la corda dal basso e cosi le jumar di Vinai si bloccarono a 8 metri dal suolo. Il colpo però le frantumò e, seppur rallentato, Vinai precipitò sino al fondo del pozzo fratturandosi vertebre e bacino, e poco dopo cadde in stato di shock e di deliquio. Ma la faccenda assunse toni ancora più drammatici, essendo capitata sul corpo di un ex-rugbysta di 90 chili.

Per i soccorritori fu positivo che fossero passati solo pochi mesi dalla storia del Cappa; e poi, come dice Giorgio Baldracco, «Si sapeva che l'impossibile è una sfumatura di molte parole: tecnica, organizzazione, forza, coraggio, precisione, ecc., ma dove non può arrivare una parola ne può arrivare un 'altra».

Il soccorso fu complicato. A causa delle lesioni alla schiena del ferito, la barella era indispensabile, ma fu necessario tagliarla per accorciarla. Un cunicolo verticale a chiocciola richiese più di dieci ore, una tremenda strettoia fu vinta con un lunghissimo lavoro di perforatori e dinamite da parte dei minatori delle cave vicine. Vinai alternava fasi prossime al coma ad altre di delirio psicomotorio in cui, credendo d'essere in partita, placcava i soccorritori o, sempre incosciente, gridava che gli venisse praticato il coito orale. Giuliano Villa lo riempì di medicine e plasma sino ai limiti consentiti dalle tabelle di sopportazione fisica: quello era il ferito più moribondo che lui avesse mai visto.

Intanto, però, Vinai risaliva come un «pedone» verso l'ottava casella. Villa lo lasciò riposare sotto l'ultimo pozzo prima del balzo verso la superficie, e poi uscì. Ma appena oltrepassò l'ingresso della grotta gli dissero che il ferito era passato dal riposo al coma. Scacco matto? Secondo le tabelle Vinai non sarebbe certamente stato in grado di assorbire nulla. Giuliano non disse una parola, si girò e tornò sotto. Mille e mille anni fa, durante il primo soccorso speleologico, quando ormai ce l'aveva quasi fatta, sulle porte del l'Averno Orfeo si voltò ed Euridice svanì perduta per sempre. Quella volta, invece, Giuliano Villa si rimise all'opera, fece trasfusioni e fleboclisi, e il coma si ritirò.

Per fortuna Vinai non assomigliava a una bella fanciulla, nè Giuliano in quell'ora ad un cantore greco. Se davvero salvare la vita di un uomo dentro un buco merdoso è una forma d'amore, certamente non ricorda bellezza, sguardi languidi e delicate melodie, bensì ballate, inni al delirio da cantare ubriachi alla fine di un giorno zero in cui si rischia d'essere addirittura considerati persone per bene, positive, utili e nobili, anziché gente che va a caccia di nulla e di guai.

Nostalgia dell'inferno

Poi il soccorso finisce, le auto si spostano dall'abisso alla città, dal mito si ritorna alla vita quotidiana, i muscoli si sciolgono in un bagno caldo. Solo la polvere di abisso resta ancora per qualche tempo in bocca e negli occhi. Il mondo ci pare incredibilmente facile, comodo e luminoso, quanto incomprensibile l'ansia dell'uomo che vuole affrontarlo. Ti chiedono cos'è capitato là sotto, vogliono sapere cosa provi ora per quei momenti «terribili», e poi ognuno torna a badare ai fatti propri. Tra qualche giorno, però, quelli saranno pure i fatti tuoi: per sentire ancora la nostalgia dell'inferno non ti resta che una manciata di secondi.


Soccorso story

Il Soccorso Speleologico fu fondato nel 1966 a Torino e dedicato alla memoria dello speleologo Eraldo Saracco, che fu tra i suoi propugnatori e che scomparve nella grotta di Su Anzu pochi mesi prima della realizzazione pratica di questa organizzazione così fondamentale per i patiti dell'andare in grotta.

In quegli anni la speleologia italiana conosceva il pieno sviluppo della tecnica di esplorazione a scale. Era il tempo delle grandi spedizioni realizzate con dovizia di uomini e materiali, e gli speleologi del tempo si spinsero, «ad alta profondità», fin sul fondo dei più grandi abissi classici della penisola: il Corchia (1959), il Bifurto (1962), il Gachè (1962), la Preta (1953), il Berger, il Gortani, Monte Cucco. Un incidente mortale, avvenuto sul fondo della grotta Guglielmo, convinse le più solide tradizioni speleologiche italiane a superare i campanilismi e ad unirsi in un'organizzazione nazionale per far fronte a quegli incidenti ad alta profondità, per i quali non si poteva sperare nell'intervento dei vigili del fuoco o altri.

Per il neonato Soccorso, il battesimo si ebbe in occasione dell'incidente di Roncobello (1966), dove quattro esploratori rimasero bioccati da una piena improvvisa. Due soccorritori morirono nel tentativo di salvarli prima dell'intervento massiccio della squadra che, grazie anche alle capacità alpinistiche di Gianni Ribaldone, portò fuori gli speleologi intrappolati.

L'assenza di gravi incidenti fino al 1972 (Abisso Davanzo) permise un'organizzazione territoriale completa e la messa a punto di tecniche e filosofie di soccorso sempre più efficienti. Con gli anni '70 si ebbe un cambiamento nelle tecniche di esplorazione, che videro la definitiva affermazione della progressione su sole corde. Si trattò di un passaggio a volte doloroso, che escluderà dalla scena molti validi esploratori del decennio precedente e vedrà privilegiata, all'interno del soccorso, una filosofia che punta alla creazione di una o due super-squadre in grado di risolvere gli interventi più difficili su tutto il territorio nazionale, piuttosto che il permanere di una rigida competenza territoriale. Questo nuovo modo di pensare emerge all'interno del Soccorso speleologico assieme alla personalità di Giorgio Baldracco. Speleologo fin dal 1964, Giorgio ha a che fare con l'organizzazione del soccorso una prima volta nel 1967 in qualità di disperso in sifone. Per molte ore viene cercato assieme al suo compagno, Saverio Peirone, nelle profondità della sorgente della Dragonera (Cuneo). I due riappaiono alla luce quando ormai ogni speranza è perduta: vagando nell'acqua fangosa senza sagola erano infatti riusciti ad infilarsi in un piccolo cunicolo che porta oltre il sifone ed avevano atteso invano i soccorritori per 17 ore, decidendo alla fine per un'uscita a tutti i costi fidando nella sorte. L'incidente farà rimuginare a lungo Baldracco, e segna in lui un carattere già naturalmente predisposto all'azione in stato di emergenza. Raccogliendo la fiducia degli speleologi più capaci, si ritrova così, semplice volontario, a dirigere e risolvere l'incidente al Cappa, confermandosi tre mesi più tardi, all'Omber, come l'uomo giusto per dirigere le massime emergenze. In seguito alle vicende di Vermicino, pone la sua candidatura alla responsabilità nazionale. Gli incerti si convinceranno solo due settimane più tardi, nel giugno 1982, quando Giorgio risolve l'incidente della Taramburla, dove tre speleologi rimasti bioccati per tre giorni vengono salvati da un subacqueo francese, Patrick Penez, fatto venire appositamente da Marsiglia insieme a speciali esplosivi irreperibili in Italia. Da allora ogni intervento è condotto professionalmente senza le improvvisazioni spesso imputate ai non-militari. «Due cose sono fondamentali oggi per il soccorso e hanno significato il suo stato di alto rendimento - afferma Baldracco - l'impiego di tecnologie avanzate e, sul piano dell'azione, l'aver risolto i numerosi problemi di competenze. Ora è chiaro che, quando accade qualche incidente sottoterra, siamo noi a dover coordinare l'operazione di soccorso».

A.G.

(Articolo de La Rivista della Montagna n° 91, novembre 1987)


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