(Articolo de L'Arena di Verona del 31 luglio 1998)
Prove tecniche di incidente. Senza sangue ma con fatica. Una notte nella gola dell'Orsa per le squadre speleo e i rocciatori del Soccorso alpino veronese. Segue un bis con una settantina di persone impegnate, sei squadre delle delegazioni Cnsas del Veneto e Trentino Alto Adige. «Simulazione di un incidente in tre punti diversi del canyon», spiega il soccorritore Stefano Meggiorini, «mettendo nel conto tutte le eventualità, operando anche durante la notte». Esercitazione inusuale fino a pochi anni or sono. «Cambiano i tempi», commenta. «Uno solo dei quattro interventi del 1997 s'è concluso col trasporto di una ragazza con un femore fratturato. Gli altri tre erano banali ritardi: sottovalutazione, impreparazione, rischio inutile».
Meggiorini è preoccupato: il torrentismo fa proseliti: «Forse non quelli giusti». «C'è chi scende nel Vajo dell'Orsa per una gita con la famiglia. Gruppi troppo numerosi, compagnie con inesperti che allungano i tempi di percorrenza. Gente che ha letto le riviste sulle imprese estreme e crede di poter fare altrettanto. Magari dimentica anche la seconda corda e quando la prima s'aggroviglia rimane lì, al freddo, senza viveri o deve azzardare manovre rischiose per trarsi d'impaccio».
Continua: «Il canyoning è divertente, anche per i salti nelle pozze. Ma prudenza vuole che una persona scenda prima in "doppia" a controllare l'assenza di ostacoli. Una piena può aver fatto accumulare detriti sotto il pelo dell'acqua: le conseguenze sono facili da intuire».
Primo requisito la prudenza. Il volontario del soccorso consiglia il buon senso nello zaino. «Il tempo di percorrenza, per un esperto, oscilla intorno alle cinque ore. Ma un debuttante, che non abbia ancora dimestichezza con le manovre, può impiegarne anche dieci. Il buio, laggiù, arriva presto ed è un problema, senza una torcia frontale, anche trovare la via di fuga, dove esiste, verso il sentiero nel bosco». Aggiunge: «Indispensabile, anche d'estate, la muta da sub in neoprene di almeno tre millimetri di spessore, due corde da 35-40 metri, contenitori stagni con ricambi asciutti e viveri. E un po' di umiltà: chiedere informazioni alle sedi Cai».
Basta poco a trasformare la gita in un calvario o peggio. L'intervento dei soccorritori è inevitabilmente rallentato dalla natura del luogo. L'elicottero può intervenire «solo in uno o due punti, perché le pareti, alte anche 120 metri, ostacolano l'uso del verricello». Raggiungere un ferito nella zona centrale del Vajo impone ore e ore di calate di uomini e attrezzature. «Possono passare anche dieci ore prima di raggiungere una zona utile per il trasferimento in ospedale. Se si deve trasportare un ferito grave, con lesioni alla colonna vertebrale, le ore possono diventare 30. In certi casi può fare la differenza tra vivere o morire». (p.m.)
(Articolo de L'Arena di Verona del 31 luglio 1998)
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