(Articolo de Il Resto del Carlino del 3 maggio 1995)
BOLOGNA - Paolo Zannini, 38 anni bolognese, tipografo delle Poste centrali, appassionato di speleologia e di «torrentismo», è morto durante la discesa del torrente Caldone, sulle colline di Lecco, dove si era calato domenica pomeriggio con altri quattro colleghi, miracolosamente vivi, per un'escursione. Il corpo è stato localizzato dopo ben 18 ore di ricerche, all'alba di una giornata dove ansia e speranza si erano alternate. Gli scampati, trovati dopo 16 ore, sono Marco Bartolotti, 27 anni di Pianoro, Matteo Merini, 26 anni di Bologna, Ivo Bonini, 29 anni di Castenaso, Fabio Carso, 29 anni di Anzola. I cinque speleologi, da anni iscritti al Corpo volontario soccorso civile dell'Emilia Romagna, a tempo libero si cambiavano d'abito e si infilavano tra le acque dei torrenti a caccia di emozioni e di scoperte. Così anche domenica mattina. «Siamo partiti da Bologna alle prime luci dell'alba - racconta Fabio Carso che ha tentato fino all'ultimo di salvare Zannini - con le nostre mogli. Destinazione: la Val Boazza e il torrente Caldone, un paradiso di cascate e piccoli anfratti subacquei. Abbiamo montato il campo base in un campeggio, avvertito le consorti con un perentorio: se non ci vedete tornare alle venti, date subito l'allarme. Poi, ben imbragati e con speciali mute da sub, abbiamo iniziato la di scesa del fiume». Un percorso studiato alla perfezione da Zannini, il più esperto del gruppetto.
Poche centinaia di metri ancora e la tragedia era in agguato. «Dovevamo scendere una cascata di quasi sette metri per continuare - continua Carso - Zannini è sceso per primo e, una volta in basso, si è subito sganciato dall'imbragatura, per far scendere gli altri. All'improvviso, la corrente del Caldone lo ha spazzato via, facendolo volare contro un masso che affiorava appena dall'acqua. A quel punto, Bartolotti e io siamo scesi per fare una catena umana. Abbiamo quasi sfiorato la sua mano protesa. Ma la corrente ci allontanava. Non rimaneva che lanciare una cima, era l'unico modo. E Zannini, nel tentativo di raccogliere la corda, ha abbandonato l'appiglio, è scivolato scomparendo in acqua davvero in un momento». E' la fine.
Bonini e Merini sono in cima alla cascata, Carso e Bartolotti, per non essere risucchiati, trovano scampo in una piccola grotta. Sono stremati, con le mute fradice e i primi sintomi di ipotermia. I quattro speleologi non possono tornare indietro, l'acqua saliva continuamente e il buio aveva già avvolto tutto il Caldone. Alle 21.30, i famigliari dei cinque bolognesi fanno scattare finalmente l'allarme rosso. Dal Centro del soccorso alpino di Lecco partono le prime squadre speciali, arrivate da Milano, Varese, Bergamo e Como, e cinquanta volontari.
La zona della Val Boazza, dove si apre il Caldone, si anima di luci al carburo e di voci. Nel torrente, secondo una stima, c'è una temperatura media di un grado che, però, scende a meno cinque nella pozza dove sono imprigionati i quattro bolognesi. Alle 23.30, i soccorritori trovano Ivo Bonini e il compagno Matteo Merini, ancora in cima alla cascata. Le ricerche sono andate avanti per tutta la notte. E, alle 5, l'elicottero del 118 individua anche gli altri due superstiti che con un verricello vengono salvati da un vero e proprio inferno di acqua e di fango.
Intanto, sono arrivati anche i sommozzatori dei vigili del fuoco per tentare di recuperare Paolo Zannini, ormai privo di vita. Ed è cominciata un'altra lunga attesa, sullo spiazzo a monte dell'ingresso della cascata. «Non riusciamo ad avanzare per la troppa corrente» gridavano i pompieri. Che, solo alle 7, riuscivano a portare a riva la salma di Paolo Zannini.
(Articolo de Il Resto del Carlino del 3 maggio 1995)
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