(Articolo de La Repubblica del 19 ottobre 1999)
VICENZA - I loro corpi fluttuano inerti nel buio a oltre cinquanta metri di profondità, nelle viscere d'acqua torbida della grotta carsica vicentina dell'Elefante Bianco. E forse continueranno a fluttuare ancora per alcuni giorni, prima di essere recuperati, i corpi del vicentino Francesco Bizzotto, 28 anni di Marostica, e del trevigiano Moritz Zanotti, 32 anni di Loria, i due sub dispersi domenica mattina dopo un immersione con altri tre compagni nella grotta di Valstagna, una delle più profonde d'Italia. Gli interventi di soccorso finora sono stati vani: una delle due salme, quella di Bizzotto, è stata individuata, afferrata e poi persa, inabissandosi nuovamente e forse ancor più profondamente.
Entrambe le vittime probabilmente hanno perso l'orientamento o subito la cosiddetta ebbrezza da profondità, ossia la narcosi d'azoto. Quando ci si spinge a certe profondità, spiega uno dei soccorritori, Ennio Lazzarotto, speleosub del corpo nazionale di soccorso alpino e speleologico, è meglio inserire nelle bombole di aria compressa dell'elio per abbassare l'azoto e l'ossigeno, evitando così effetti tossici. Ma i due sub veneti dispersi, secondo molti esperti, sono forse rimasti vittime anche del loro desiderio di superare un limite, di migliorare una propria prestazione. «Molti, anche nella grotta dell'Elefarite Bianco - racconta Lazzarotto - vanno oltre le loro possibilità. Ci si fa sedurre dall'attrazione della profondità e più si scende più si vorrebbe scendere». Ma per avere qualche certezza bisognerà attendere il recupero dei corpi e le autopsie. Dai primi accertamenti sarebbe comunque emersa una imprudenza, l'uso di una sola bombola, quando invece è prassi utilizzarne due o tre. I cinque sub si erano immersi insieme ma poi si erano divisi: i due più anziani ed esperti si erano fermati tra meno 30 e meno 35 metri, per poi risalire; Bizzotto e Zanotti invece avevano proseguito fino a meno 55 metri con un terzo compagno, ché risalendo li ha visti per l'ultima volta a meno 48 metri. Quando è riemerso sono scattate le ricerche e sono arrivate in lacrime la fidanzata di Bizzotto e la moglie di Zanotti. «Gliel'avevo chiesto più volte di lasciar perdere le immersioni - ha gridato disperata quest'ultima, madre di un bimbo di due anni - ma lui mi diceva sempre di non preoccuparmi».
Ieri per le ricerche è stato impiegato anche un robot, «Mercurio», alto un metro e mezzo e dotato di quattro eliche posteriori e una pinza-tenaglia anteriore capace di sollevare un corpo pesante fino a 50 chili in acqua. Si tratta di una sonda filoguidata indispensabile per individuare e trattenere i corpi: ieri i sub dei vigili del fuoco si erano immersi per recuperare quello di Bizzotto ma lo hanno perduto durante la fase di risalita. In serata è arrivata una sonda più piccola e maneggevole, ma le due salme non sono ancora state ritrovate. Anche in passato, per alcune delle vittime dell'Elefante Bianco - sono sette dal 1971 - era successo che i corpi fossero stati rinvenuti dopo molti giorni. Testimone di uno di questi drammatici recuperi fu l'ex questore di Milano Francesco Forleo che guidò, nel 1971, come capitano, un gruppo di sommozzatori. Rischiando loro stessi di rimanere inghiottiti, riuscirono a portare in superficie dopo cinque giorni di immersioni il cadavere del componente di una spedizione speleologica.
(Articolo de La Repubblica del 19 ottobre 1999)
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