(Articolo de La Stampa del 14 agosto 1999)

Ventiquattro ore di angoscia

Aspettando un grido: «Salvi»

In quota con le squadre dei soccorritori

Marco Neirotti inviato sul MARGUAREIS

Aspettando un grido. Sul massiccio del Marguareis, nei rifugi intorno al colle dei Signori e, via via che si scende tra i larici, nei paesi più in basso - Chiusa Pesio da una parte, Piaggia e Monesi dall'altra - le ore dall'allarme dell'alba alle speranze della sera sono trascorse così: l'attesa che qualcuno ricevesse un messaggio da sotto terra, alzasse le braccia in segno di vittoria, gridasse «Salvi!».

Aspettando il grido, l'aria si fa fresca ai 2.100 metri d'altezza, e il cielo si incupisce sulla distesa di rocce, massi corrosivi che quassù, dove non crescono più i boschi, coprono gallerie e cunicoli oppure volte «grandi come quelle di una chiesa», come dicono quelli del Soccorso alpino.

Gli uomini si calano molto lentamente nell'Abisso Kappà per cercare Daniele Grossato e Riccardo Pozzo: 670 metri di profondità, loro dovevano essere a 500 quando è arrivata la piena di questi fiumi dell'ombra. E allora, fuori, non resta che aggrapparsi al pensiero della loro esperienza, alla capacità di prevedere e scegliere le mosse.

«L'importante è che non siano stati colti di sorpresa», dice Ruggero, del Soccorso alpino, «perché una piena ti può avvisare, e allora sali, ti ripari. Ma può coglierti malamente, trascinarti, spostarti senza per questo farti danni peggiori. Ma in questo caso cambia tutto, per loro e per noi».

Poi c'è la terza ipotesi, quella che, aspettando un grido, non si fa. E non è soltanto scaramanzia. E' insieme fiducia, tenacia, anche calma, la calma di chi conosce i colleghi quanto il proprio mestiere. E non si fa travolgere dal pessimismo come non intende farsi tradire dalle acque.

Intere pareti coperte di larici, qua sotto. E' il bosco delle Navette, zona protetta di conifere. Si sale per una strada sterrata, antico percorso militare, «napoleonico», tengono a sottolineare. E salendo ecco i rifugi. Rifugio Garelli: c'è il telefono ed è una sorta di avamposto per chi abita in questi paesi e cerca notizie fresche. «I soccoritori stanno scendendo», comunicano con voce forte ma tranquilla. Stanno scendendo, ma ci vorrà tempo per quel grido, «perché la grotta è profonda quasi 680 metri e per arrivare sul fondo ci vogliono da 12 a 14 ore in condizioni normali, senza inondazioni».

Scende la prima squadra, quella veloce, quella del pronto intervento: deve individuarli, accertare le condizioni, avvertire che si può sorridere. Poi scende la seconda, con ogni tipo di attrezzatura, più lenta, quella che disporrà il ritorno per tutti.

Da Briga Alta, il comune nato da tre piccole frazioni (Piaggia, Camino e Upega) richiamano il rifugio più tardi, per sapere ancora. Rispondono: «Da Abisso Kappà ci dicono che dovrebbero essere a cinquecento metri di profondità. Ci vorranno almeno sette o otto ore per raggiungerli». E' un tam tam che scende dalla montagna.

Sale la strada e si incontrano il rifugio don Barbera, la capannina Morgantini. Poco più su grandi distese verdi, poi improvvise visioni di rododendri e genziana. E il Marguareis, il grande massiccio, la montagna carsica che nasconde città deserte e allagate. Non puoi affrontarlo di petto, devi circondarlo.

Sono saliti da tutte e due le parti, per cercare Grossato e Pozzo. Questi che lavorano all'ingresso, cbe preparano i telefoni con i fili da calare nelle ombre, che sperano di lanciare un annuncio gioioso, sono uomini che conoscono superficie e profondità. Raccontano questi contrafforti con passione, senza rancore per il fatto che hanno imprigionato due colleghi.

Abisso Kappà, Piaggiabella e tutte le altre grotte sono state esplorate in gran parte, studiate, loro viscere inseguite, fino a scoprire che certi corsi d'acqua tagliano per chilometri la montagna, come questo torrente infuribondito che s'è gonfiato d'improvviso e che porta le sue acque a uno sbocco chiamato «Piscio di Pesio». E poi laghi che nelle parole diventano immensi, dai colori cangianti, come in certe avventure dei cartoni animati o dei film d'avventura.

Stanno intorno le altre grotte e forse dietro un'imboccatura piccola quanto un sacco dell'immondizia si aprono stanze e percorsi che riportano ai due amici dispersi, che all'esterno ti descrivono, con speranza, ben saldi su una roccia, uno spuntone.

La mattina hanno visto partire da Piaggia una squadra, che saliva da Ormea. La sera ne parlano da Tiziana, il bar che si chiama «Un post ar suu» (un posto al sole, in dialetto), dove a sera trovano accoglienza giornalisti ansiosi di raccontare.

Aspettando un grido che tarda. Ma è un ritardo previsto, ripetono, quelli del soccorso. Nel bar si raccontano altre prigionie sotterranee, proprio al Kappà, la maggior parte finite bene. Qualcuna no, come negli Anni 60 per uno speleologo francese, più tardi per un triestino: una lastra, staccandosi, gli aveva portato via la fune che lo reggeva. Ma Riccardo Grasso, del Soccorso alpino di Ormea, avverte: «Un conto è l'imprevisto, diversa è l'acqua, purché ti dia il tempo di renderti conto, di pianificare con calma una posizione che puoi ritenere sicura».

In questi discorsi, nella compita memoria del passato, ci sono l'amore profondo ma non esibito, l'orgoglio garbato di questa gente per le sue montagne. E gli speleologi non sono mai dei violatori. Sono, anzi, i narratori del profondo delle loro grotte, che molti anziani hanno esplorato in piccola parte, con una punta d'incoscienza, quando erano ragazzi.

Per questo tutti, quassù tra i contrafforti e quaggiù tra le case stanno aspettando un grido. Non arriva il grido, arriva poco prima delle 18 l'annuncio attraverso quel telefono calato giù, nella pancia del Kappà, poi diramato verso valle: «Individuati. Stanno bene. Tutto a posto. Organizziamo la risalita».

(Articolo de La Stampa del 14 agosto 1999)


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