(Articolo de La Stampa del 14 agosto 1999)

Sorpresi dalla piena di un torrente sotterraneo nel Cuneese

Prigionieri nella grotta

Due speleologi salvi dopo 24 ore di paura

CUNEO. E' durata 24 ore l'avventura dei due speleologi bloccati dalla piena di un torrente sotterraneo a 500 metri di profondità, nelle grotte carsiche all'interno del massiccio del Marguareis, ai confini tra Liguria e Piemonte. I soccorritori li hanno raggiunti ieri, quando le acque hanno iniziato a ritirarsi. Riccardo Pozzo e Daniele Grossato, appassionati di speleologia ed esperti, devono la loro salvezza alla prontezza d'animo che li ha spinti a rifugiarsi su uno spezzone di roccia, non appena i cunicoli hanno cominciato a riempirsi d'acqua. Lì hanno aspettato di poter risalire in superficie.

Il timore dei soccorritori era che fossero stati travolti dall'acqua e che morissero assiderati, in una cavità dove la temperatura è di appena 2 gradi. Il Cai ha organizzato tre squadre di soccorso, che si sono calate a turno in grotta per più volte. Nella serata di ieri i due sono riusciti a risalire. Pozzo ha trascorso la notte in un rifugio. I medici che li hanno visitati li hanno giudicati in buone condizioni.

Articolo di Geluardi A PAG. 7

I SOCCORSI: La lunga attesa sul Marguareis Articolo di Marco Neirotti A PAGINA 7


MIO FIGLIO NELL'ABISSO

di Mario Pozzo

ALL'ORA di pranzo, in cucina la radio è accesa, come sempre. E' piovuto tanto qui ieri che quella notizia quasi non mi sorprende. Due speleologi dispersi in una grotta, forse sorpresi dalla piena di un torrente sotterraneo. Ma la radio dà anche i nomi di quei ra gazzi. E uno è proprio Riccardo, mio figlio. Lo sapevo che era partito per una delle sue escursioni e, in un attimo, mi prende come un gelo dentro. E' la paura. E' difficile da spiegare. Io sono un giornalista, un cronista abituato a misurarsi con le disgrazie e le tragedie. Ma quelle degli altri. Adesso giù in fondo alla grotta c'è mio figlio, con il suo amico più caro.

No. Davvero non è il modo migliore di sapere che un figlio è disperso, che rischia la vita. Che potrebbe essere morto. Eppure la notizia mi è arrivata così. E ho dovuto reagire, ho dovuto mettere da parte paura e rabbia per cercare di fare qualcosa; di essere utile. Così se nessuno mi ha chiamato, sono stato io a chiamare, a mettermi in contatto con i soccorritori. Per fortuna, una cosa mi dava forza: sapere che mio figlio e il suo compagno sono speleologi molto esperti, in grado di affrontare un'emergenza come può essere la piena di un torrente sotterraneo.

E questa forza mi ha accompagnato anche quando sono partito per Marguareis e sono cominciate ad arrivare sul mio telefonino, a decine, le richieste di informazioni da parte di amici, di parenti. Tutti spaventati, tutti preoccupati, con certe voci che mi spezzavano il cuore. Al punto che il mio ottimismo, per reazione, aumentava. Vedrai che ce la faranno. Non sono degli spericolati, non sono dilettanti, ripetevo a tutti, E, grazie a Dio, ho avuto ragione. Non ero ancora arrivato alla grotta quando mi hanno avvisato che erano sani e salvi. Infreddoliti, zuppi, stanchi, ma salvi e che erano in grado di risalire da soli.

Mi sono subito fermato in una drogheria lungo la strada e ho comprato lo spumante per festeggiare il loro ritorno in superficie con i soccorritori. E ora che la paura se n'è andata, continuo a domandarmi da quando nome e cognome di chi è vittima di un incidente vengono dati per radio o per televisione prima che siano stati avvertiti i familiari. Continuo a domandarmi se è questo il modo di mettere in allarme o se non c'è - anche per chi fa questo nostro mestiere - un modo più umano. Ma mi dicono adesso che mio figlio tra un'ora o due risalirà e potrò abbracciarlo brindando con lo spumante. E questo solo conta.

(Articolo de La Stampa del 14 agosto 1999)


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