(Articolo de La Repubblica del 14 agosto 1999)

Cuneo, sono stati sorpresi da una cascata d'acqua sul massiccio del Marguereis

Vivi nell'inferno della grotta

Trovati dopo 15 ore due speleologi bloccati a meno 500 metri

dal nostro inviato ALBERTO PUPPO

MONDOVÌ -Quindici ore nelle viscere della terra, in quel paradiso della speleologia che è il massiccio del Marguereis, in Piemonte, che per gli effetti di un violento temporale si trasforma in inferno. Mezza giornata di ricerca in un misto di speranza e crescente preoccupazione. Fino alle 18.05, quando la «squadra veloce» dei soccorritori, quella che deve rintracciare con la massima rapidità i dispersi prima di far entrare in azione i colleghi muniti di attrezzatura d'emergenza, capta la voce dì Daniele Grossato e Riccardo Pozzo. Stanno bene: è successo quello che tutti auspicavano. I due speleologi, volontari del soccorso alpino, si sono destreggiati con la massima accortezza. Hanno atteso in un anfratto che la cascata d'acqua smettesse di scorrere, poi, con calma, hanno aspettato i soccorsi.

Una mossa sbagliata sarebbe potuta costare loro la vita. Invece eccoli, pronti a uscire, in piena notte. Li hanno trovati a cinquecento metri di profondità. Grossato, trentatreenne, torinese e Pozzo, 29 anni di Biella, non hanno neppure un graffio, non dovranno neppure farsi visitare in ospedale. Gli amici non avevano dubbi: «Sapranno cavarsela» aveva annunciato il compagno di discesa Alberto Ubertino. Non era solo la volontà di farsi coraggio. Se la sono cavata, anche alla faccia dei cattivi auspici che l'ammassarsi progressivo delle nuvole sulla massiccia mole del Marguereis, 2800 metri di roccia scura e compatta, sembrava annunciare.

Pozzo e Grossato facevano parte della spedizione del gruppo speleologico piemontese. Da alcuni giorni avevano allestito un campo base nella conca delle Carsene, a duemila metri. In una zona considerata ideale per consentire l'accesso alla decina di grotte carsiche del Marguereis. Siamo al confine tra la provincia di Cuneo e la Francia. Il nubifragio giovedi pomeriggio. Un paio di tuoni, poi la pioggia incessante, per un paio d'ore e il silenzio, la paura. Gli amici danno l'allarme ieri mattina. Non in ritardo. L'accordo era che ci si rivedesse in superficie all'alba. All'appuntamento mancano però Pozzo e Grossato.

Entrano in azione gli uomini del soccorso speleologico alpino e della Guardia di finanza. Si intuisce subito che raggiungere la coppia non sarà semplice. C'è ancora molta acqua nell'«abisso Cappa», 670 metri sotto terra. Ci si muove a rilento, con la convinzione che invece potrebbe anche servire fare in retta. Pozzo e Grossato potrebbero essere feriti. Non sarà così. Si allerta l'elicottero del 118. Rimarrà nell'hangar. Le squadre iniziano a calarsi, davanti un paio di speleologi con uno speciale telefono cellulare munito di cavi, realizzato proprio per potersi mettere in contatto con chi è all'interno. Dietro di loro due medici, Giùseppe Giovine e Walter Calleris. Serviranno solo per constatare che i due ragazzi sono in perfetta forma, solo appena infreddoliti.

Dopo ore di attesa, paura e speranze il miracolo. Anzi, no: la dimostrazione che per gli esperti gli sport possono anche essere meno estremi. Un urlo: «Siamo qui, stiamo bene». Li vedono, ma l'acqua li separa ancora. Un problema, ma ormai quasi un dettaglio. Sarà solo questione di tempo. Ci si attrezza con corda e imbraghi per un'operazione che non sarà breve. Stavolta la notizia rimbalza davvero nei piccoli paesi che circondano il Marguereis, a Chiusa Pesio, a Briga Alta, Monesi, Viozene. In mezzo ai monti, a pochi chilometri dal mare. Aspettavano con l'apprensione di chi ha già visto molte vite spezzate nelle grotte. Nessuno conosceva i due speleologi piemontesi, nessuno sa da dove fossero partiti né se ritorneranno ancora da queste parti ma si fa festa.

In un piccolo bar si stappa una bottiglia di quello buono. Per i ragazzi e per lui, il Marguereis, che no, non è una montagna cattiva.

(Articolo de La Repubblica del 14 agosto 1999)


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