(Articolo de La Provincia del 14 agosto 1965)
C'erano soltanto alcuni amici di Cinisello, ieri mattina all'alba sul monte Palanzone quando la salma di Giovanni Piatti, lo sventurato tipografo milanese, perito nella grotta «Guglielmo», è stata portata alla superficie. Affranti dal dolore essi sono giunti al rifugio del CAI durante la notte a portare l'estremo saluto del paese natale al caro amico Gianni.
La madre dello sventurato giovane, Gaetana Piatti e la fidanzata Maria Panarello erano state invece allontanate giovedì dai Carabinieri, ancor prima che l'ultima squadra degli speleologi giungesse all'ingresso della voragine.
Sullo stretto sentiero della Preaola, erano riuniti gli speleologi torinesi, faentini, milanesi, comaschi, triestini e bolognesi che hanno partecipato alle durissime operazioni di recupero iniziate lunedì mattina, Danilo Mazza, che ha voluto essere accanto all'amico sino all'ultimo, qualche fotografo e pochi giornalisti: nessuno invece dei curiosi che nei giorni scorsi erano saliti fin lassù in notevole numero.
Il sacco-bara, contenente le spoglie del giovane speleologo, è giunto all'ingresso della grotta alle 5,45. Gli speleologi che erano scesi mercoledì mattina sul fondo della grotta, avevano portato il corpo sino a quota 20 ed avevano sospeso le operazioni alle 18 di giovedì.
Per impedire l'accesso alla voragine era stato piantonato l'ingresso, togliendo le prime scale fisse.
Ieri mattina, alle 5, tutti gli speleologi erano alzati. Avevano dormito pochissime ore, ma erano pronti a tributare alla salma l'ultimo omaggio pietoso.
Alle 5,10 il sacco-bara si muoveva da quota venti e saliva lentamente, tirato da una corda e spinto a braccia. L'ultima ascesa verso la bocca della voragine è stata compiuta in una mezz'ora.
Il corpo del povero Piatti è stato quindi adagiato su una barella che quattro speleologi, sostituiti poi da quattro amici del defunto, hanno portato sino al rifugio, dove veniva sistemato su una grossa «jeep» del gruppo Grotte di Milano, del quale il Piatti faceva parte.
Danilo Mazza, il compagno della tragica avventura, e Carlo D'Arpe, lo speleologo bolognese che per primo giunse sul fondo della grotta, recuperando la «corda rossa» alla quale il giovane milanese era assicurato, sono saliti sull'automezzo che si è avviato lentamente, lasciandosi alle spalle il teatro della sciagura.
Alle 7,30 il corpo di Giovanni Piatti è stato adagiato nella chiesetta del cimitero di Molina, una frazione di Faggeto Lario. Don Luciano Beretta, parroco del paese, ha benedetto la salma, recitando con i presenti le preghiere dei defunti. In un angolo, Danilo Mazza guardava commosso la bara e pregava a voce alta. Il suo volto tradiva la fatica di questi ultimi giorni, in cui numerose volte è entrato e uscito dalla grotta.
La morte dell'amico ha lasciato in lui un vuoto incolmabile: agli speleologi soccorritori ha dato l'ordine di tagliare le scale e di abbandonarle nei pozzi, perchè per lui non vi saranno più discese nelle viscere delle montagne.
L'appuntato dei C.C. Zaffarano e il carabiniere Trusiano hanno piantonato l'ingresso della chiesa in attesa del Sostituto Procuratore della Repubblica, dottor Del Franco e il medico legale dottor Pierantonio Taiana. La breve inchiesta dell'autorità giudiziaria è durata sino alle 14,30.
Alle 14,30 Giovanni Piatti ha compiuto l'ultimo viaggio, accompagnato dalla madre, dalla fidanzata, dagli amici, verso Cinisello. La gente del paese ha atteso l'arrivo della salma e l'ha seguita in silenzio sino all'abitazione. Un corteo ininterrotto di parenti, di amici, di conoscenti, di compagni, è poi sfilato davanti al corpo dello sventurato giovane.
Intanto alla capanna palanzone gli speleologi raccoglievano il loro materiale per ritornare qualcuno al lavoro, qulche altro nel luogo di villeggiatura. Nei giorni scorsi si sono prodigati al limite delle loro forze per compiere un atto di solidarietà umana ammirevole: tra qualche giorno nessuno si ricorderà più di questi oscuri eroi. Nessuno, tranne una madre, una sorella, una fidanzata che per sempre li avranno nel cuore accanto al loro caro, tragicamente scomparso nel fiore degli anni.
(Articolo de La Provincia del 14 agosto 1965)
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