(Articolo de La Provincia del 12 agosto 1965)
La lotta degli speleologi contro la «terribile» è ricominciata ieri mattina alle 8, quando otto uomini si sono lasciati alle spalle la luce del giorno ed hanno iniziato la discesa verso il fondo della grotta «Guglielmo».
Gli speleologi si propongono di raggiungere la base dell'ultimo pozzo (a quota 452) dove sperano di poter recuperare la salma del povero Piatti ed immediatamente iniziare la risalita. A quota 225 dove sarà montato il campo base, gli otto ardimentosi saranno raggiunti da una seconda squadra, di dieci uomini, che si è calata nella grotta nella tarda serata di ieri, poco dopo le 21,30. A questo secondo gruppo sarà affidato il compito di portare alla superficie la salma di Giovanni Piatti.
Sono tutti speleologi esperti, ma anche per loro sarà un'impresa ardua e rischiosa. Se tutto procederà secondo il piano prestabilito, solamente questa mattina i primi uomini potranno far ritorno alla superficie e finalmente si saprà se le squadre di soccorso sono riuscite a raggiungere il corpo del Piatti
Sulle cause della morte del giovane speleologo sono state azzardate in questi giorni numerose ipotesi ma nemmeno il recupero della corda usata dal Mazza e dal Piatti per l'ultimo tratto ha potuto fornire elementi sicuri di giudizio. L'ipotesi più plausibile è quella di un difettoso aggancio all'anello del cinturone del moschettone di sicurezza. A ciò, naturalmente, si deve aggiungere la stanchezza e la crisi improvvisa che ha pregiudicato la capacità di resistenza del Piatti.
Il generoso sforzo della squadra di soccorso calatasi lunedì mattina nelle viscere della »Guglielmo» non è riuscito purtroppo a permettere di raggiungere il cadavere di Gianni Piatti. Le tremende difficoltà hanno costretto i bolognesi Carlo D'Arpe, Enrico Fogli ed il varesino (bolognese, n.d.r.) Giulio Badini ad abbandonare l'impresa quando essa sembrava ormai conclusa.
I 24 speleologi, bolognesi, triestini e torinesi, accorsi sul Palanzone sono Ieggti tra di loro da una solidarietà commovente. L'appello del «CAI» li ha raggiunti presso le loro abitazioni, in una grotta del Carso, nei luoghi dove trascorrevano un periodo di vacanza e in poche ore sono accorsi al rifugio.
Lassù, a 1400 metri di altitudine, questi scalatori «alla rovescia» stanno donando il meglio di sé stessi in una encomiabile gara di pietosa, umana dedizione.
(Articolo de La Provincia del 12 agosto 1965)
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