(Articolo de La Provincia dell'11 agosto 1965)
L'ultimo filo di speranza che animava il dramma della caverna «Guglielmo»
nelle viscere del monte Palanzone è caduto alle 3,45 della notte scorsa,
quando è giunto il grido di un soccorritore: «L'hanno trovato. È
morto». Il grido è rimbalzato di bocca in bocca giungendo sino al
rifugio del CAI dove tutti speravano ancora. In un angolo dello stretto stanzone una
giovane piangeva a dirotto: era Mariuccia Piatti, la sorella ventenne del
giovane speleologo milanese che ha trovato la morte nella grotta: sino all'ultimo ha
sperato, ha creduto nell'impossibile. Ora la verità è troppo amara,
incredibile. Nel silenzio della notte serena, il pianto della giovane ha concluso la
tragedia del Palanzone.
Il corpo di Gianni Piatti è rimasto nella pozza di fango a 452 metri di profondità. Danilo Mazza, il compagno dello sventurato giovane milanese, ha guidato per tutta la giornata di lunedì e durante la notte scorsa le operazoni di soccorso, cedendo infine alla tremenda fatica. Con lui sono i migliori speleologi d'Italia: tutti volontari, alcuni giovani, anzi giovanissimi. Trovare nel più breve tempo possibile il corpo del Piatti è una questione di silenziosa, paziente lotta tesa sino allo spasimo.
Dapprima sul Palanzone erano giunti solo i due giovani di Cernobbio, il Colombo e l'Orefici. Poi i soccorritori sono diventati una dozzina, in una generosa gara di solidarietà. Trovarlo, trovarlo. Tmbrattati di fango, gli occhi incavati nelle orbite, gli speleologi non toccano letto da due giorni
Le squadre di soccorso che si erano calate ieri mattina, hanno predisposto un accurato piano: lungo lo stretto cunicolo della «Guglielmo» gli uomini si sono scaglionati ad una distanza di circa 50 metri l'uno dall'altro. Danilo Mazza è stato infaticablle nel mantenere il collegamento tra gli speleolegi: nonostante la terribile fatica degli ultimi giorni è rimasto quasi ininterrottamente 10 ore nella grotta.
I tre speleologi giunti da Bologna (Carlo D'Arpe, Giulio Badini ed Enrico Fogli) si sono spinti sino alle ultime balze: il Badini ed il Fogli si sono fermati a 35 metri dal fondo, mentre il D'Arpe si è calato nel tragico pozzo
Dopo sette ore di discesa, il bolognese giungeva ancora con un filo di speranza vicino al corpo del Piatti: in quell'antro fangoso, avvolto dalle tenebre, è bastato un fuggevole sguardo per comprendere la triste realtà.
I tre uomini, stanchi e sfiduciati, non erano certo in grado di iniziare il recupero del corpo (erano giunti da Bologna, viaggiando tutta la notte) ed hanno iniziato la lunga e stremante ascesa.
Il D'Arpe e il Badini raggiungevano verso le 11 l'imbocco della «terribile»: privi di forze e di speranza, sono giunti alla luce trascinati di peso. Gli ultimi metri sono stati per loro una conquista ai limiti delle possibilità umane, una vittoria della volontà.
Il Fogli, invece, raggiunto dal compagno Raimondi e dal varesino Macchi, si arrestava, impotente a qualsiasi movimento, quando all'uscita mancavano ancora più di cento metri.
Le sue condizioni, precarie, ma non preoccupanti, hanno consigliato un riposo precauzionale di circa cinque ore: lo speleologo bolognese è stato avvolto in un caldo sacco a pelo e rifocillato con biscotti al Plasmon, Ovomaltina calda e pastiglie al glucosio.
Nel frattempo, da Trieste giungeva un radiomessaggio che assicurava l'arrivo sul posto di sei speleologi tra i più esperti ed organizzati d'italia: l'appello del «CAI» era loro pervenuto quando i sei si trovavano in una grotta del Carso
Al rifugio del Palanzone, i trestini Renato Tommasin di 28 anni, Marino Vianello di 30, Libero Boschini di 28, Luciano Benedetti di 38, Guidi Pino di 27 e Adelchi Casale di 19, giungevano verso le 9 di ieri mattina.
Dopo una breve sosta, i sei, alle 13,30, sono discesi nella grotta per portare aiuto ai tre sfortunati soccorritori. I triestini portavano con sé le attrezzature per il campo-base, che sarà allestito al quarto pozzo, all'altezza di circa 100 metri.
Alle 17 tutti i nove speleologi erano sani e salvi alla superficie. L'opera di recupero continuerà solo questa mattina quando ai sei triestitii si aggiungeranno altri sette speleologi provenienti dal CAI di Torino.
Gianni Piatti è la prima vittima del «Gruppo grotte» milanese, costituitosi settantacinque anni fa.
Qual è il fattore che può aver determinato il fallimento del preciso piano predisposto dall'esperto Mazza? Lo speleologo milanese ci ha raccontato la storia del dramma, dal quale ancora una volta s'impara che i confini di sicurezza dell'uomo in ogni impresa sono esigui, condizionati dall imprevisto
Tutto era stato calcolato per la discesa: con l'aiuto della completa conoscenza della località da esplorare. Di recente, infatti, alcuni speleologi bolognesi erano scesi in profondità nella «Guglielmo», ed essendo a conoscenza dei propositi di Mazza e del Piatti, avevano lasciato lungo le pareti della grotta scale e corde.
Alle ore 8,30 di domenica, Danilo Mazza e Gianni Piatti erano pronti per la discesa della «terribile»: per il Mazza, tra i più valenti speleologi italiani, la spedizione si annunciava di ordinaria amministrazione. Il suo compito era di farsi un'idea della profondità dell'ultimo pozzo. Scuro in volto, dall'aspetto bonario e dai muscoli potenti, il Mazza si proponeva di aiutare l'amico Gianni che voleva coronare con una grande impresa una serie di tentativi un poco incerti, di «assaggi»; all'ignoto. E il Piatti era ottimista, sicuro ormai di sè.
L'intero percorso discendente veniva compiuto senza difficoltà: alle 15 i due hanno fatto una breve colazione e poi hanno deciso di iniziare la salita. Tutto sembrava facile. Il Mazza, capocordata, ha attaccato per primo la scalata dell'ultimo pozzo, profondo 35 metri. Ha raggiunto il terrazzino (la grotta, grosso modo, è formata da una serie di strapiombi interrotti da balconi di roccia: una specie di impervia scalinata), e ha agganciato la corda che lo collegava con il Piatti, il quale, a sua volta, aveva iniziato l'ascesa. Lo sforzo si è fatto subito sentire nell'inesperto giovane che, verso i quindici metri, è stato colto da crampi alle gambe. Il Mazza ha cercato di rincuorare il compagno, incitandolo a continuare.
All'improvviso un urlo e un tonfo: il Mazza è rimasto dapprima incredulo. Poi il fascio di luce della lampada ad acetilene fissata sul suo elmetto metallico, ha inquadrato nel buio il profondo pozzo: il Piatti non si scorgeva più e la corda penzolava vuota.
L'esperto Mazza, forse per la prima volta in vita sua, si è trovato di fronte alla morte ed ha avuto paura. La sua è stata la salita della disperazione: l'amico, forse, stava morendo e lui era impotente a portargli soccorso. Laggiù, a 452 metri di profondità, da solo nulla poteva fare per il compagno. Doveva chiamare aiuto, trovare soccorsi, ma temeva di far tardi. Otto ore occorrono per risalire gli stretti cunicoli ma Danilo Mazza era sorretto dalla forza della disperazione. In sole due ore riusciva a portarsi in prossimità della superficie: a cinquanta metri è ancora notte gelida, a trenta il buio termina, a venti c'è un chiarore verde scuro: poi, la luce, e con la luce la possibilità di trovare soccorso per il compagno rimasto prigioniero.
Il segreto della tragica fine è stato svelato interamente solo ieri, con il recupero della corda usata dal Mazza e dal Piatti. Danilo Mazza, dopo il tonfo, si era trovato tra le mani la corda vuota: il compagno, che si era assicurato con un doppio giro alla vita e con l'aggancio della corda al grosso cintuione è caduto per una tragica fatalità. Quando il giovane è stato vinto dai crampi ed ha perso le forze, la corda si è tesa all'improvviso, il moschettone che assicurava la fune al cinturone munito di anello si è aperto e Gianni Piatti è precipitato nel vuoto.
In quel punto, la grotta «Guglielmo», dopo uno stretto cunicolo, si allarga ad imbuto: il giovane è precipitato nella voragine ed il suo volo è finito tragicamente nel pozzo terminale, a 452 metri di profondità. Uno speleologo triestino ha recisamente escluso un errore o un'imprudenza del giovane milanese ed ha esplicitamente indicato nella fatalità la causa della tragedia.
Da Como, da Milano, da Varese, da Bologna, Torino, Trieste, molti appassionati e curiosi sono saliti sino alle ultime pendici del monte Palanzone. La gente si è avvicinata allo stretto cunicolo di entrata, ha guardato, ha osservato con curiosità, e si è chiesta certamente che cosa spinga questi giovani ardimentosi a rischiare la vita in queste imprese.
Gli speleologi sono guidati da un duplice scopo: l'uno scientifico, l'altro puramente sportivo di conquista dell'ignoto. E l'imprevisto questa volta ha colpito duramente il giovane tipografo di Cinisello, animato dal desiderio di giungere ai primi veri risultati della sua carriera nel cuore della terra. Quest'oggi la «terribile» vedrà l'inizio delle ultime fatiche degli speleologi triestini e torinesi per riportare alla superficie il corpo dello sventurato giovane. Il lavoro sarà durissimo e irto di difficoltà. La percorrenza media non dovrebbe essere infatti superiore ai 100, 150 metri al giorno. Nella grotta scenderà per prima una squadra di nove elementi che preparerà il tracciato fino a metà percorso; a quota meno 225, la seguirà una seconda squadra che si porterà sul fondo con il sacco-bara. Sei specialisti rimarranno di riserva. Se non succederanno imprevisti, il recupero dello sventurato speleologo milanese dovrebbe avvenire entro tre giorni.
Gianni Piatti è morto: l'opera dei soccorritori non deve più lottare contro il tempo per raggiungere il suo fine pietoso.
(Articolo de La Provincia dell'11 agosto 1965)
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