(Articolo de L'Ordine del 13 agosto 1965)

Una squadra di speleologi scenderà a quota -30 a recuperare la salma fermata su un «terrazzino» dall'ordine dell'Autorità Giudiziaria che ha disposto il piantonamento dell'ingresso alla grotta Guglielmo

«Sveglia» alle tre al rifugio Palanzone per l'ultima fatica: alle sei il corpo di Giovanni Piatti sarà nel cimitero di Molina

Il recupero del cadavere dello speleologo Giovanni Piatti, precipitato sul fondo della grotta «Guglielmo» nel pomeriggio di domenica scorsa, è giunto ormai nella fase conclusiva: le due squadre che hanno iniziato nella mattinata di mercoledì le discese per il secondo tentativo hanno raggiunto il fondo ed hanno portato a poche decine di metri dalla superficie avvolto in un sacco-bara il corpo della giovane vittima della grotta.

Alle 15,15 di mercoledì sono giunti infatti sul fondo dell'abisso «Guglielmo» a quota -452 il medico chirurgo torinese Renzo Gozzi ed il triestino Pino Guidi: Giovanni Piatti giaceva supino con le braccia spalancate a croce sul fondo della voragine frastagliato e ricco di irregolari concrezioni calcaree. Per due ore Gozzi e Guidi hanno lavorato attorno al cadavere. Il medico ha compiuto un attento esame della salma ed ha raccolto tutti gli elementi che avrebbe poi fornito all'autorità giudiziaria. Giovanni Piatti precipitato all'indietro secondo le risultanze dell'esame, sarebbe morto istantaneamente per la frattura della base cranica e la frattura del bacino. Terminato l'esame i due speleologi hanno composto la salma in un sacco-bara e verso le 17 hanno assicurato alle funi tese dall'alto dagli altri soccorritori che si erano fermati sul terrazzino dell'ultimo pozzo, il pesante fardello.


Praticamente il sacco-bara è stato assicurato con due giri di corda all'altezza del torace ed assicurato con due corde: una viene tirata verso l'alto da sei uomini che si trovano in alto, la seconda viene tirata verso il basso da due altri speleologi il cui compito è quello di evitare che il sacco-bara strisci contro le pareti rocciose. Un nono uomo compie tutta la risalita sulle scalette dai gradini di alluminio guidando il sacco-bara nella sua risalita evitando in modo speciale urti contro le pareti rocciose che potrebbero pregiudicare ulteriormente le condizioni della salma.

Ciò che Gozzi e Guidi hanno visto sul fondo dell'abisso e nel corso della discesa dell'ultimo pozzo avrebbe fornito ulteriori elementi per far luce sulle modalità della disgrazia. Lo stacco di Giovanni Piatti dalla scaletta e lo strappo dell'anello a mezza luna di ottone erroneamente assicurato al moschettone della corda di sicurezza sarebbe avvenuto ad una ventina di metri della risalita dell'ultimo pozzo in coincidenza con un piccolo «tetto» dal quale sgorga una cascatella che investe lo speleologo all'altezza del viso (la stessa cascata che ha provocato lo spegnimento della lampada ad acetilene collocata sull'elmetto del bolognese D'Arpe che per primo aveva raggiunto il luogo della disgrazia).

Alcuni componenti della prima squadra di soccorso (che ha avuto una permanenza media nella grotta di 36 ore) sono usciti dal buco «Guglielmo» verso mezzogiorno e tra essi il dott. Gozzi. Tutti gli altri, insieme agli uomini della seconda squadra, sono usciti alla spicciolata tra le 17 e le 18. Gli ultimi a risalire, alle 18,20, sono stati lo studente comasco Franco Panzeri di 18 anni, abitante in via Vittorio Emanuele 45, e il milanese Manlio Lodolo, studente di architettura.

La notizia del raggiungimento del cadavere e dell'inizio dell'operazione di recupero è stata data dal segretario del Gruppo Grotte di Milano, Tito Samorè al quale apparteneva Giovanni Piatti e del quale Danilo Mazza è istruttore, e che è sceso lui pure in grotta il primo giorno di ricerche nonostante presentasse insensibilità alle mani per un congelamento patito in montagna.

Stamane alle prime luci dell'alba la salma> di Gio vanni Piatti entrerà nella chiesetta contigua al cimitero di Molina che funge da camera mortuaria. Non si sa ancora se la trasporteranno a valle i compagni con una jeep del Gruppo Grotte della Società Escursionisti milanesi giunta ieri nel pomeriggio al rifugio Palanzone o se il sacco-bara montato su una barella verrà trasportato a spalla verso la piccola frazione di Faggeto Lario.

Per le ore tre al Rifugio Palanzone è fissata la «sve glia» per gli speleologi che scenderanno di nuovo nella grotta «Guglielrnq~« per far superare alla salma l'ultimo strappo; si ignora dove sia esattamente la salma. Si dice sia a 30 metri dall'ingresso che si apre sulla mulattiera che porta alla Preaola. Le operazioni per l'ultimo salto verso la luce dovrebbero occupare circa un'ora. Si prevede che verso le sei la salma potrà giungere al cimitero di Molina.

Gruppi di amici dello speleologo scomparso sono giunti da Cinisello al rifugio Palanzone dopo mezzanotte. Il gestore della capanna Flavio Monti ha deciso di non chiudere; per la precisione da una settimana il rifugio non chiude i battenti per la notte ma questa dovrebbe essere l'ultima. In giornata erano giunte al rifugio Palanzone la madre di Giovanni Piatti e la fidanzata, una ragazza barese. Non è stato loro permesso di restare al Palanzone. In maniera cortese ma decisa l'appuntato dei Carabinieri Giovanni Zaffaroni, comandante interinale della stazione di Nesso, e il carabiniere Trusiani hanno convinto le due donne a tornare a Cinisello; tutti gli amici di Giovanni Piatti sono partiti dalla cittadina milanese e si sono portati fino al rifugio del Cacciatori ed hanno preso la strada che porta al Palanzone. I primi gruppi sono giunti alla spicciolata, altri sono attesi ancora: vogliono vedere per l'ultima volta il loro amico perito sul fondo della grotta.

L'operazione di recupero è conclusa e gli speleologi cominciano a riordinare il proprio materiale.

L'opinione pubblica che in questi giorni ha seguito con particolare attenzione l'opera faticosa e stremante dei soccorritori giunti al Palanzone da Trieste, Torino, Bologna, Faenza e Milano (oltre s'intende dei comaschi) per interessamento ed a spese delle Prefetture d'origine, si è domandata senza malizia ed a puro titolo di curiosità chi dovrà sopportare l'onere economico dell'impresa. Gli speleologi che dalla notte di domenica operano al Palanzone non sono professionisti del salvamento e del recupero in grotta; sono «colleghi» di uno speleologo caduto vittima della passione che è il loro denominatore comune. Hanno sacrificato giorni di lavoro, di studio e di vacanze ed hanno sopportato disagi e spese vive a titolo personale. Ciascuno ha portato persino il proprio cibo abituale nelle discese (prugne secche, biscotti al plasmon, ovomaltina, glucosio); non hanno chiesto alcunchè a nessuno.

Ora che l'operazione volge al termine si trovano al Palanzone praticamente senza i mezzi per ritornare ai loro luoghi di provenienza. Senza usare mezzi termini diremo che non hanno i soldi per tornare alle proprie case ed al proprio lavoro, sono infangati sino alla radice dei capelli e non sono venuti con l'abito di ricambio. Hanno una dotazione di attrezzi talmente sporca dopo l'impiego che le Ferrovie esiterebbero ad accettarle su un bagagliaio. Non esitiamo ad interpretare una speranza che gli speleologi del Palanzone non osano tradurre in domanda; per loro che hanno sopportato permanenze di decine e decine di ore nella grotta Guglielmo e che ora tacciono, parliamo noi. Date a loro la possibilità di tornare alle sedi di origine.

(Articolo de L'Ordine del 13 agosto 1965)


Rassegna Stampa

Torna alla rassegna stampa del Soccorso Speleologico

Guglielmo65

Torna alla rassegna stampa dell'incidente alla Grotta Guglielmo