(Articolo de La Notte del 12 agosto 1965)
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La scaletta di corda e la fune penzolano nel vuoto lungo la parete a picco del grande pozzo. |
Una trentina di speleologi, giovani e vecchi, studenti e operai, tutti legati tra di loro dalla passione per i baratri e gli abissi terrestri, si trovano dislocati lungo i cunicoli della Grotta Guglielmo nel disperato tentativo di riportare in superficie la salma del giovane sportivo di Cinisello Balsamo, Giovanni Piatti. Stasera o al massimo domani mattina il primo gruppo di dieci uomini dovrebbe raggiungere il fondo della grotta ma questa è solamente una speranza.
Un uomo comune, che non è mai sceso in queste grotte secolari, che non fa discese negli abissi, non può pensare alle difficoltà cui questi uomini vanno incontro. Gli speleologi devono scendere attraverso cunicoli strettissimi, camminare carponi tra il fango che spesse volte arriva fino al viso, devono superare difficoltà di sesto grado. E guai se piovesse. Questa notte il cielo è diventato improvvisamente minaccioso, tirava un forte vento, qualcuno ha guardato la luna e tutti hanno espresso un desiderio: «Almeno non piovesse». Se l'acqua fosse caduta, infatti, i cunicoli della grotta si sarebbero trasformati in torrenti e gli uomini degli abissi avrebbero dovuto tornare indietro.
I primi uomini, quindi, dovrebbero arrivare in fondo alla grotta tra quaranta ore ma il più difficile incomincerà allora, quando si tratterà di riportare in alto la povera salma. Sarà una fatica disumana e infatti questo primo gruppo, arrivato a quota 280 metri, lascerà il pietoso carico nelle mani di un altro gruppo che salirà a quota 50 metri. L'ultimo tratto sarà fatto da altri speleologi freschi di forze.
Intorno alla grotta Guglielmo, che si trova duecento metri sotto la cima del Monte Palanzone, nei pressi del «Rifugio Palanzone», ogni tanto si avvicinano tre ombre nere, piangenti: sopo la madre e le due sorelle del povero Giovanni Piatti che da tre giorni non si muovono dall'orlo dell'abisso e che non hanno perso la speranza di riabbracciare vivo il loro congiunto. «Fate presto, vi prego. Forse mio figlio è vivo», ripete la povera madre. È la forza della disperazione, anche le donne sanno che questa è una speranza assurda ma sperano ugualmente.
(Articolo de La Notte del 12 agosto 1965)
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