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Club Alpino Italiano

Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico
Coordinamento Speleologico

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SOCCORSO SPELEOLOGICO: CONSIDERAZIONI

Tratto da: Bollettino n. 11, 1973

La tecnica speleologica negli ultimi dieci anni è stata rivoluzionata, e già anni fa si avvertiva che questo avrebbe avuto delle conseguenze su modalità e frequenze di incidenti e soccorsi.
Facciamo una similitudine, e mi si perdoni se sarò eccessivamente sintetico. Le tecniche di dieci anni fa erano simili all'avanzata di un esercito: parte essenziale di questa è la costruzione di retrovie che garantiscono il rifornimento ed il ritorno. L'impegno fisico richiesto da questo tipo di speleologia è prolungatissimo ma non richiede vere doti atletiche perchè lo sforzo è diluito nel tempo e le soste, ben rifornite, garantiscono un recupero almeno parziale delle forze. L'avanzata e la ritirata sono graduate e proprio per questo la dote fondamentale è la solidità psicologica necessaria per resistere giorni al freddo. Come pure di importanza capitale è il fatto che l'impatto psicologico con l'ambiente viene diminuito dalla presenza di molte persone tutte determinate allo stesso scopo. Proprio in reazione all'ambiente e alle difficoltà che propone nasce un forte spirito di squadra.
Le avanzate fino a grandi profondità sono rare, in genere limitate al raggiungimento del fondo: incidenti laggiù erano estremamente improbabili e infatti non mi risulta ne siano mai avvenuti. I recuperi di feriti da medie profondità hanno invece impegnato i soccorritori come se avessero disceso un abisso di maggiori dimensioni. Ma attenzione: la veste psicologica e tecnica richiesta da queste operazioni era identica a quella usata per andare in grotta, e questo era un vantaggio enorme. Proprio a seguito di incidenti a medie profondità è nato il soccorso speleologico che si è ovviamente strutturato coerentemente con le tecniche e la gente di allora: grosse squadre, formabili facilmente ed ovunque dato che, con quel tipo di incidenti era utilizzabile, almeno nei servizi, qualunque tipo di speleologo anche se non particolarmente dotato od allenato. Questo fatto è, peraltro, ancora vero.
Le esercitazioni erano finalizzate a snellire ed insegnare le tecniche necessarie: lo spirito di squadra invece, in linea di massima, c'era già dato che le squadre, per quanto detto, erano facilmente formabili in ogni città, o quasi, ed erano per lo più costituite da gente che già andava insieme in grotta. Anzi c'era la tendenza, e ancora ve ne sono i residui, a formare una squadra in ogni punto di aggregazione di speleologi, al limite più d'una nella stessa città.
Vediamo ora come è mutata questa situazione. Le discese non sono più da esercito ma da incursori: è noto che anche in guerra per questo tipo di squadre non c'è assistenza.

Le grotte non pongono più problemi gravi: per speleologi che si curino dal punto di vista atletico, e non sono pochi, sono decisamente facili.
In queste condizioni è ovvio che le doti richieste per la pratica speleologica non sono molte: soprattutto la tenuta sul «fondo», psichica e fisica, non venendo quasi mai praticata, è diventata rarissima.
Si è persa l'abitudine a risolvere problemi estremi dato che questi, salvo casi eccezionali, non compaiono più.
Ciò non toglie però che le possibilità di incidenti a grandi profondità sono aumentate, perchè aumentate sono le discese, diminuita l'esperienza media della gente che scende in profondità, reso più atletico, e quindi più pericoloso lo sforzo richiesto. Inoltre per esigenze esplorative, è aumentato, relativamente alla durata di una punta, il tempo che si trascorre a grandi profondità. Il discorso qui dovrebbe farsi più complesso e multiforme: taglierò dicendo che esistono molti tipi di speleologi, ora come allora, ma che ora hanno in comune lo scarso spirito di squadra. E se vi può capitare uno speleologo che a forza di essere attivo è diventato espertissimo, nello stesso posto potete trovarne un altro che pratica il più comodo sostituto della stabilità psicologica: l'incoscienza.

Tutti naturalmente possono farsi male. E qui arriviamo al punto fondamentale di questo discorso.
Quel che sostengo è che negli ultimi anni è aumentato paurosamente il divario fra il posto dove uno è capace di andare ed il posto da cui è in grado di collaborare attivamente a tirar fuori un ferito.
Questo perchè l'operazione di soccorso non è molto mutata da dieci anni fa: le tecniche, lo sforzo, le teste richieste sono circa le stesse solo che, ora, questo tipo di qualità è diventato molto raro. Non è necessario ipotizzare, stupidamente, che la gente di adesso nasca peggiore: nasce uguale ma non è allenata al tipo di impegno richiesto da un soccorso. La faciloneria, poi, fa il resto.
A costo di essere tetro chiederò: quanta gente, scendendo una grotta un po' impegnativa la analizza dal punto di vista di un soccorso? Provate e vedrete che anche teoricamente il raffronto fra la facilità con cui si scende sani e la difficoltà con cui si sale guasti è stupefacente. Se lo si comprendesse bene forse diminuirebbe la incredibile tendenza a buttarsi in pozzi su un solo spit piantato di sbieco solo perchè ci si sente sicuri (tanto tiene) dato che solo un paio d'ore prima si era al sole: non si capisce in realtà DOVE si è.

I recuperi molto ardui sono nel nostro futuro e fare gli scongiuri o sperare che continui a filare liscia non serve a nulla; se gli incidenti cadranno in una situazione media come quella attuale la cosa diverrà inutilmente allucinante. Vediamo come si può porre rimedio a questo stato di cose. Partiamo dalla strada fondamentale.

1) Esercitazioni

Se dieci anni fa, con un ambiente già predisposto, avevano senso, ora sono divenute essenziali perchè debbono formare integralmente soccorritori e non solo perfezionarli, perché, ripeto la grotta non dà più, in sé, l'habitus necessario per un soccorso.
Qui si innesta un altro discorso: non solo farle ma farle bene. Si abbandoni la tendenza a portar fuori la barella costi quel che costi. Meglio curarne il viaggio ripetendo i punti difficili e quelli in cui la manovra appena eseguita è risultata dubbia: bisogna trovarsi dentro la forza di mandare indietro la barella e ripetere.
In linea di massima mi sembra che la strategia delle esercitazioni debba essere di partire profondi e recuperare la barella per un tempo fissato e lungo, diciamo quindici-venti ore curando di non trovarsi fuori prima del tempo stabilito, a costo di tornare indietro. Ci si ponga cioè un limite di tempo e non spazio.
Si formino «piccole» squadre in modo che tutti siano obbligati a dare il massimo. Si lapidi sul posto chi dice cose tipo «Ma insomma dopotutto questa è solo un'esercitazione, perchè tutta questa fatica?». Il fatto che sia un'esercitazione implica solo che si potrà smettere dopo tot ore, non che si può battere la fiacca. Se il prezzo che si pagherà sarà un po' di dimissioni di volontari, pazienza: i nuovi che entreranno in quell'ambiente saranno migliori.

2) Affinamento tecniche

È un lavoro che abbiamo portato avanti con molta cura, ma è lungi dall'essere finito. L'idea è: dato che la gente scende con tecniche da commandos, sviluppiamo qualcosa che faccia sì che anche i recuperi siano simili, e che soprattutto si possano utilizzare gli speleologi così come sono e non come dovrebbero essere.
Il risultato principale è stato il contrappeso che rappresenta uno dei pochi punti di novità rispetto alle tecniche tradizionali ed è, in fondo, una conseguenza dell'aumento del livello tecnico delle discese. È una tecnica potentissima, molto più di quel che si pensava inventandola, ma è anche pericolosa. Richiede esercizio. Esercizio non è mettersi a fare i cretini su un saltino esterno ma recuperare su pozzi decenti ben sotto terra. È diverso.

3) Estendere il concetto di squadra operativa al di sopra delle squadre e dei gruppi di soccorso

Queste entità cominciano ad essere desuete, soprattutto le minisquadre che non danno nulla nè in rapidità di intervento, nè in efficienza, nè in allenamento. Hanno il solo vantaggio, grosso, che al loro interno si spengono le critiche: sono degli angolini in cui vivacchiare con la patacca.
Queste entità vanno superate non tanto burocraticamente quanto di fatto: le convocazioni ad esercitazioni interessanti vanno estese al di fuori del gruppo di soccorso: e qualcosa già si sta muovendo in questa direzione. Nessun gruppo, ora come ora, è autonomo per grandi recuperi: vediamo di provvedere con un coordinamento nazionale. Ovviamente ci saranno grane e goffaggini ma con un po' di pazienza si potrà fare qualcosa di furbo: tanto più che oramai è indispensabile farlo.


Giovanni Badino


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