[CAI]

Club Alpino Italiano

Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico
Coordinamento Speleologico

[CNSAS]
Tratto da:
Bollettino
Bollettino

n.7, 1978

Relazione di Incidente speleologico

DATA: 6-9 marzo 1977

GROTTA: Omber en Banda al Büs del Zel, 247 LoBs (Serle - BS)
PROFONDITÀ: circa -120 m
PERSONE COINVOLTE: 1

L'antefatto

Nelle giornate del 5 e 6 marzo 1977 un folto gruppo di speleologi (oltre 20!), appartenenti al Gruppo Grotte Brescia ed allo Speleo Club Tanaro di Asti, esplora e rileva parzialmente alcune nuove diramazioni nella grotta «Omber en banda al Bus del Zel». Questi rami sono compresi fra quota -200 e -300 e si rivelano di non facile percorribilità, soprattutto per l'abbondanza di fango tenace e colloso. Le squadre adottano in parte tecniche di risalita su scala, in parte su sola corda. Il tratto iniziale della grotta è armato da alcuni anni con scale fisse rigide o semirigide, alcune delle quali si sono ormai ridotte in condizioni decisamente pericolose.

F.V., studente bresciano diciannovenne di origine piemontese, da tre anni socio del Gruppo Grotte Brescia, ha già una discreta esperienza speleologica e conosce molto bene la grotta in cui opera, alla cui esplorazione ha sempre attivamente collaborato. Meno di un anno prima è già stato vittima di un incidente nella stessa cavità, verso quota -200: una caduta in seguito ad una manovra su un pozzetto armato con una staffa troppo lunga ed elastica gli ha prodotto la sospetta incrinatura della tibia. In quella occasione è uscito in meno di sei ore, aiutato dai compagni.
Di fisico robusto (è fra l'altro tallonatore nella squadra di rugby di Brescia), non è tuttavia molto abituato alle grandi «tirate» in grotta, ed ha sofferto il sonno.

L'incidente

Verso quota -120 l'Omber presenta un pozzo di 25 m, largo tre o quattro, con la base ingombra di massi e l'uscita in alto rappresentata da uno stretto e tortuoso cunicolo a chiocciola, che deve essere imboccato abbandonando le scale. Il pozzo è armato con una campata di scale e con una corda fissa.
V. lo risale in scala, autoassicurandosi sulla corda per mezzo della jumar pettorale che usa anche per risalita su corda. Quando è giunto pressochè in cima al pozzo, avviene l'incidente, la cui meccanica esatta non potrà mai essere chiarita, perchè V. non ricorda più nulla a partire da un'ora prima del fatto.
Comunque, ad un certo momento V. grida che la jumar non funziona; pochi attimi dopo G.G., dello SCT, che è alla base del pozzo, lo vede scivolare velocemente lungo la corda, appena frenato dall'attrito della jumar che non vuole bloccarsi.
Con prontezza di spirito, G. afferra il capo della corda, imprimendogli energici strattoni laterali nella speranza di costringere la jumar a bloccarsi. La manovra gli riesce quando il compagno è a pochissimi metri dal suolo: la jumar fa presa all'improvviso, ma il moschettone si apre e V. precipita a testa in giù in caduta libera per gli ultimi quattro o cinque metri.

Analisi tecnica dell'incidente

L'infortunato portava la jumar fissata in basso con doppio giro di fettuccia al moschettone principale dell'imbrago e legata in alto con un cordino da 8 mm che scendeva dietro le spalle passando poi negli anellini posteriori dell'imbragatura.

Dopo l'incidente si è riscontrato quanto segue:

  1. sulla scala è stato trovato agganciato un moschettone, qualche metro sotto il punto dove i ragazzi del Gruppo dell'infortunato avevano l'abitudine di sostare, senza moschettonarsi, prima di affrontare il cunicolo d'uscita;

  2. l'imbrago di V. non presenta segni di cedimento in nessun punto, nemmeno su anellini secondari;

  3. il cordino da 8 cui era legata la jumar non è stato ritrovato;

  4. la jumar era profondamente incastrata sulla corda, ma intatta;

  5. il moschettone dell'imbrago (un Bonaiti a D in lega leggera, con ghiera, dato per 2500 kg di tenuta in senso longitudinale) si presenta come segue: forma generale inalterata; barra di chiusura aperta a 30° in fuori, con segni di forzatura sulla barretta trasversale d'aggancio, peraltro intatta; dente d'aggancio della parte fissa con evidenti segni di forzatura;

  6. l'infortunato ha una profondo incisione che corre lungo il dito indice aprendosi poi a V

Sembra pertanto di poter supporre la seguente dinamica:

  1. V. si arresta sulla scala perchè gli si è mollato il cordino che tiene tesa in alto la jumar (se questo non fosse avvenuto, al momento dell'impatto sul bloccante si sarebbe spezzato l'anellino dell'imbrago, oppure egli sarebbe rimasto impiccato);

  2. V. si appoggia sulla jumar e questa non blocca. Non è chiaro se il moschettone trovato poi sulla scala rappresenti un tentativo di moschettonarsi precedente o successivo allo scivolamento della jumar; forse il moschettone passava nel cordino che si era snodato, forse invece è stato addirittura dimenticato in seguito da altri; certamente non è stato lasciato lì prima;

  3. comunque, V. tenta disperatamente di riprendere la scala, rimettendoci quasi un dito, senza riuscirsi, e precipita lungo la corda;

  4. durante la caduta, la jumar, pur non bloccando, riduce certamente la velocità di discesa; di quanto, non è facile da dire;

  5. al momento dell'arresto sulla jumar, il corpo del V. imprime al moschettone una torsione tale da aprire prima la barra verso il basso, quindi da strapparla verso l'alto. La ghiera del moschettone era certamente disinserita e il moschettone era messo di traverso con la jumar sulla barra di chiusura; sembra però che la barra fosse chiusa (altrimenti l'aggancio di questa non risulterebbe così sforzato); ciò eliminerebbe anche l'ipotesi che il moschettone trovato sulla scala si sia sfilato dal moschettone d'imbrago di V., che lo avrebbe dimenticato aperto.

  6. l'arresto a pochi metri dal suolo, pur portando l'infortunato ad atterrare testa in avanti, ha certamente ridotto in modo considerevole la velocità dell'impatto.

Valgono quindi le seguenti considerazioni:

  1. la causa principale dell'incidente è la mancata presa della jumar sulla corda. O i denti dell'attrezzo erano incredibilmente impastati di fango o (come sembra più probabile) vi era del fango fra il corpo della jumar e il biocchetto mobile, tale da impedire a questo di chiudersi. (Sulla stessa corda sono salite altre persone, sia prima che dopo, senza inconvenienti: si può escludere che fosse la corda ad essere infangata).
    Il mancato controllo del bloccante prima di cominciare la risalita è quindi la più grossa leggerezza commessa dall'infortunato. Si noti, per inciso, che l'incidente non sarebbe mai avvenuto se il pozzo fosse stato risalito su sola corda: infatti V. non sarebbe nemmeno riuscito a staccarsi da terra;

  2. non si può peraltro trascurare il contributo dato, se non all'incidente, almeno alla gravità delle sue conseguenze, dal fatto di aver impiegato in vita un moschettone non omnidirezionale messo di traverso, col carico sulla barra di chiusura e soprattutto con la ghiera aperta. Se la ghiera fosse stata chiusa, probabilmente il moschettone avrebbe tenuto e si sarebbe rotta la jumar, però assorbendo un'energia molto maggiore;

  3. la rotazione che ha portato V. a cadere a capo all'ingiù per gli ultimi metri è stata senz'altro determinata dal mancato intervento del cordino di tenuta superiore del bloccante, il cui aggancio inferiore risultava invece più basso del baricentro o quasi, come è normale per la risalita su corda. Buona norma di sicurezza sarebbe quindi assicurare superiormente il bloccante pettorale ad un vero imbrago alto, piuttosto che ad un cordino legato in qualche modo, anche per evitare di impiccarsi, nel caso ceda qualcosa della parte inferiore dell'imbragatura.

6 marzo - I primi soccorsi

V. precipita sui massi in fondo al P. 25 con la testa in avanti, comprimendo il collo su un lato. Sono circa le 15,15. Alcuni compagni si precipitano fuori a dare l'allarme, altri assistono l'infortunato che appare semicosciente e si lamenta di dolori alla schiena. Con precauzione, i compagni accertano che è semplicemente sdraiato sulla bombola del carburo e gliela tolgono di sotto, tuttavia molto giustamente non ritengono di poterlo spostare dal punto di caduta.

Frattanto, l'allarme parte in direzioni differenti. Sono infatti presenti alcuni Volontari della I Squadra del I Gruppo CNSA SS (che avevano bigiato la riunione di Gruppo appena conclusasi a Milano, N.d.A.) i quali mettono subito in allarme Follis ad Albiolo. Sono le 17. Intanto viene avvertito anche Villani, presidente del G. G. Brescia, il quale mette a sua volta in allarme Vanin a Milano. Tuttavia, mentre i Volontari hanno immediatamente compreso la gravità dell'incidente, i primi speleologi bresciani che escono dalla grotta sono piuttosto agitati e confusi e non riescono a fornire un quadro esatto della situazione. Ciò comporterà un certo ritardo nelle operazioni. Purtroppo, l'allarme e l'agitazione si estendono rapidamente anche a tutto il vicino paese di Serle. Siccome la grotta è raggiungibile con facilità per una strada carrozzabile e 250 metri di sentiero, oppure addirittura attraverso i cespugli, si raduna rapidamente presso l'imbocco una vera folla, fino ad intasare per un bel pezzo la strada d'accesso.

Intanto i bresciani si danno da fare per trovare un medico che possa scendere dal ferito. Un primo sanitario si lascia trascinare fino all'imboccatura, poi si dilegua. Si reperisce infine il dott. Ronzon, che, se non proprio speleologo, è almeno un alpinista, ed è dotato del fegato necessario per discendere nella grotta. Attorno alle 19 il dott. Ronzon si cala sotto terra, accompagnato ed assistito dai compagni dell'infortunato.

Verso le 20,30 giungono sul posto i primi volontari del CNSA, provenienti da Milano e dal Lecchese. Subito dopo giunge Follis con la moglie, laureanda in medicina. La situazione esterna è a questo punto caotica: la strada è bloccata da decine di macchine, tra curiosi, giornalisti, coppiette di ritorno dalla camporella, pantere della polizia, camion dei pompieri e persino un'ambulanza ottimisticamente chiamata da Brescia a sirene spiegate. Nel mezzo, un vigile urbano con le mani nei capelli, che però pian piano riesce a sbrogliare l'ingorgo. Alle 21,30 scende in grotta un primo gruppo di Volontari con Follis e consorte, sia per rendersi conto dello stato del ferito, sia per valutare la difficoltà del recupero. I compagni dell'infortunato preannunciano infatti grossi problemi alle uscite di almeno tre pozzi, costituite da strettoie ad angoli retti, che a colpi di mina sono state rese appena praticabili per un uomo sano.

Altri Volontari scendono riarmando i pozzi con scale di più sicuro affidamento e cominciando a piantare qualche spit.

Al ferito vengono somministrate una terapia antishock e trasfusioni di plasma. Lo si copre inoltre sommariamente con una tendina ed un sacco a pelo. Si ritiene ancora pericoloso spostarlo. I compagni spiegano ai preoccupatissimi medici che, se V. ha una pupilla chiusa ed una dilatata, non è perchè abbia riportato la frattura del cranio, ma perchè di suo è quasi cieco di un occhio.

7 marzo - L'allargamento delle strettoie

Giungono intanto vari Volontari da tutta la Lombardia. Verso l'una si comincia a stendere un allacciamento telefonico volante tra l'esterno ed il ferito. Si fanno uscire gli ultimi compagni di quest'ultimo, fra cui il fratello, alcuni dei quali in pessime condizioni psicofisiche. Alle 2,15 esce Follis con notizie precise. Le strettoie sono infami e sarà certamente necessario allargarle e molto, perchè il ferito non può muoversi se non imbarellato. Si deve scartare la soluzione del sacco Gramminger, che è già sceso nella grotta.

Si sospetta che il ferito lamenti frattura del bacino e di una vertebra cervicale, oltre ad emorragia interna. Inizia subito il trasporto della barella, che consentirà di trasferirlo in posizione più comoda e più sicura, e si mobilitano tutti i disponibili per l'allargamento delle strettoie. Verso le tre questa operazione ha inizio, con mazze e scalpelli.

Frattanto, con l'avanzare della notte, la situazione esterna è alquanto migliorata. Sono rimaste solo alcune auto della polizia col dott. Napoli della Questura di Brescia, che si mette a disposizione del Soccorso con eccezionale spirito di collaborazione.

Attraverso il ponte radio della Questura e radioamatori privati, fra cui si segnala «Saetta 2» che resterà di servizio per tutta la durata dell'intervento, partono frequenti richieste di materiale sanitario. Giunge anche una stecca metallica per gamba, al posto del «Minerva» (ferula semirigida per il collo) che era necessaria. Un ortopedico porta poi personalmente l'oggetto richiesto, ponendosi a disposizione dei soccorritori: ma per chi non può scendere non vi sono molte altre possibilità di porgere aiuto. Presso l'imboccatura dell'Omber si trova ora anche il padre del ferito, ammirevole per la compostezza con cui sa portare la sua pena.

È stato intanto reperito a Brescia un martello elettrico con relativo gruppo elettrogeno. Inizia subito la posa del cavo. Alle 5 scende una squadra col pesantissimo carico del martello e del relativo trasformatore.

Intanto la barella, pur vuota, non riesce a superare le strettoie e nemmeno vi riescono le singole stecche una volta sfilate dall'armatura! È giocoforza aprirsi il passaggio a colpi di scalpello; solo alle 8 la barella giunge finalmente sotto il P. 25. V. viene avvolto in un telo termico, imbarellato e posto sotto la tendina, fuori dalla verticale del pozzo. Ancora solo alle 10,30 giunge alle strettoie e viene posto in opera il martello elettrico, la cui potenza si rivela tuttavia insufficiente all'enorme mole di lavoro da svolgere nel più breve tempo possibile.

Sono arrivati altri Volontari da Torino e dalla Lombardia; scende una squadra a dare il cambio alle strettoie. Il dott. Villa raggiunge il ferito verso le 11. Il dott. Ronzon può così riportarsi alla superficie. Il suo tempestivo e coraggioso contributo è stato determinante. Giungono man mano gli ultimi Volontari della I Squadra, portando a 40 il numero degli intervenuti, oltre ad almeno una ventina fra speleologi bresciani e dello SCT.

Si fa strada, via via che giungono notizie sul ritmo dei lavori, la convinzione che senza mezzi più energici sia impossibile allargare le strettoie in tempo utile. L'uso di esplosivi viene tuttavia sconsigliato sia dalla precaria statica di alcune parti della grotta, sia dalla meteorologia della cavità, che porterebbe i gas venefici verso il tratto fra le strettoie e l'uscita. Sul finire della mattinata, tramite l'interessamento delle autorità comunali di Serle e di numerosi cittadini di buona volontà, che già hanno fatto incetta di mazze e scalpelli nelle vicine cave, si trova infine la giusta soluzione. Alle 13 due grosse ruspe iniziano l'apertura di una pista attraverso la macchia, per consentire il trasporto di un grosso compressore il più vicino possibile all'imboccatura. Alle 14 si comincia a filare giù per la grotta la lunghezza necessaria di grossa manichetta da due pollici per alimentare i martelli pneumatici. L'attrezzatura viene messa a disposizione anch'essa da varie cave, oltre che dalla ditta I.B.A., che svolge nei dintorni dei lavori per conto della NATO.

Alle 15 il compressore viene installato ed avviato; alle 16 si avvicendano nuovamente gli uomini alle strettoie; alle 17 inizia finalmente a lavorare il martello pneumatico. Oltre a vari Volontari, scendono anche alcuni cavatori del posto, il cui contributo risulta molto efficace. Si lavora sia col demolitore che col perforatore ed i cunei. Sul F. 25 occorre imbragare da sotto i blocchi staccati dalla strettoia per evitare che precipitino nella zona del ferito. Fino a notte fonda continua il pesante lavoro di apertura, col naso e la bocca impastati dalla polvere e il frastuono assordante che riempie i cunicoli. Ma finalmente ci si rende conto che è un lavoro redditizio. Nella notte scendono altri Volontari, sbarazzando le ultime scale fisse ed approntando gli armi per il recupero della barella.

Il ferito alterna periodi di incoscienza a momenti di relativa lucidità; le sue condizioni si possono definire stazionarie. I medici nutrono un moderato ottimismo.

8 marzo - Il recupero

Alle 3 del mattino il lavoro sulla strettoia del P. 25 è concluso. Escono i cavatori e si sposta il martello sulla strettoia successiva (P. 14). Giunge finalmente da Milano il dott. Frontini, che alle 5 scende per dare il cambio a Villa. Si passa alla strettoia del P. 10, mentre altri cavatori scendono ad aiutare. Alle 8 entra anche il dott. Salvadè, per avere sui pozzi un medico alla base ed uno in cima a ricevere la barella. Fra le 8,30 e le 11 escono le squadre di disostruzione, recuperando dietro a sè i martelli e la manichetta. Entra man mano la folta squadra destinata al recupero vero e proprio, portandosi dietro una seconda barella, le cui stecche sono state spezzate per consentire al ferito, che deve essere immobilizzato praticamente solo al collo, di piegarsi alla vita per meglio superare gli angoli dei cunicoli. Alle 11,30 il ferito è posto nella barella snodata ed inizia il recupero del P. 25, la cui uscita è nonostante tutto ancora molto penosa. Solo due ore dopo, la strettoia può dirsi superata. Frattanto, la notizia dell'iniziato recupero ha portato nuovamente una folla di curiosi verso la grotta, affollando la strada e sbucando tra i cespugli ad ogni accenno di movimento sull'imbocco. Particolarmente snervante l'assalto dei numerosi giornalisti. Arriveranno in giornata anche scolaresche, pezzi grossi della Questura e dei Carabinieri ed esponenti del clero locale. Gli operatori del Telegiornale pretenderebbero che si scendesse in grotta per filmare dal vivo il recupero. Giunge in mattinata anche un'ambulanza, chiamata un po' fuori tempo dai Carabinieri, premurosi ma incapaci sia di comprendere le reali esigenze del Soccorso, sia di arginare la massa dei curiosi.

Alle 16 la barella si è portata finalmente fuori dalla zona delle strettoie, e il ferito può essere traslato nella barella rigida. Alle 17 si riparte. Lo schema del recupero è quello, più volte collaudato, del paranco coi Dressler. La squadra recupera dietro a sè anche una grande quantità di materiale.

Verso le 18,30, attimi di suspence all'esterno perchè da dentro hanno chiesto dei medicinali. Scende Villa di corsa; poi si chiarisce che la richiesta era solo di tenerli pronti all'ingresso. L'infortunato sopporta bene il trasporto; anzi, ha dato segni di sollievo quando in qualche modo si deve essere reso conto di essere uscito dalla zona delle strettoie.

Finalmente, alle 19,30 V. esce, fra i lampi dei fotografi. La barella viene subito portata all'ambulanza in attesa e V. viene trasportato all'Ospedale Civile di Brescia. Gli verranno riscontrati una bella commozione cerebrale, leggero spostamento di una vertebra, frattura al metatarso, varie fratture costali con complicazioni pleuriche e botte in tutto il corpo. Dopo un mese, i medici si renderanno conto della frattura di ben tre vertebre, oltre a due costole.

Dalle 21 alle 2, defluita la folla, scende in grotta l'ultima squadra per il recupero dei materiali.

Relazione fornita da Adriano VANIN - Capogruppo del IX Gruppo - Lombardia


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