(Articolo pubblicato su Grotte di Lombardia, n. 1, 1994, pp. 45-46)

IL SOCCORSO SPELEOLOGICO IN LOMBARDIA

di Mauro Inglese (Gruppo Grotte Milano Cai Sem - IX Zona Speleologica CNSAS)

In una regione come la nostra dove ogni week-end numerosi speleologi percorrono molte delle quasi 3000 cavità presenti, è evidente l'importanza di un efficiente soccorso ipogeo. In Lombardia l'organizzazione del soccorso in grotta è affidata alla IX Zona Speleologica del Corpo Nazionale di Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS).
Tale zona (il termine "zona" ha da poco sostituito la vecchia denominazione di "gruppo") può contare attualmente (1994) su circa 40 volontari, tra i quali 2 medici e 3 tecnici speleosub, e ha sede operativa presso il Centro di Soccorso del Bione, a Lecco.
Il basso numero di incidenti accaduti negli ultimi anni il Lombardia (vedi tabella) potrebbe erroneamente indurre a credere che scarso sia l'impegno richiesto ai volontari lombardi; in realtà all'interno della IX zona notevole è l'attività svolta sia a livello addestrativo sia a livello di ricerca finalizzata al perfezionamento di materiali e tecniche. L'addestramento annuale comprende attualmente esercitazioni didattiche in esterno, nelle quali vengono affinate le manovre in condizioni operative ottimali, esercitazioni didattiche in grotta, nelle quali il precedente programma viene più volte ripetuto fino ad ottenere una buona efficienza nel reale ambiente operativo, e simulazioni di recupero da medie profondità, che costituiscono un decisivo momento di verifica di tutto l'apparato.

ATTIVITÀ DEL SOCCORSO SPELEOLOGICO LOMBARDO
ANNO INTERVENTI
SPELEO
PERSONE
SOCCORSE
MORTI FERITI
1989 4 5 1 2
1990 11 20 1 6
1991 4 10 - 1
1992 1 1 1 -
1993 2 4 - 1
(fonte: Relazioni Annuali Soccorso Alpino e Speleologico Lombardo)

All'addestramento in grotta da qualche anno si è aggiunto anche quello in forra. Il CNSAS ha infatti affidato alla componente speleo l'organizzazione di interventi in gole e canyon, scelta dettata tra l'altro da presunte analogie tra l'ambiente e le tecniche speleologiche e quelle del torrentismo.
In realtà le prime simulazioni di intervento hanno dimostrato che tali analogie si fermano a un livello molto superficiale e questo si traduce in un notevole impegno nel dover risolvere "ex novo "tutte le problematiche che questi tipi d'interventi comportano: dalla scelta dell'abbigliamento ottimale del soccorritore al censimento delle principali forre, dallo studio di una barella galleggiante e sicura alla messa a punto di un efficiente sistema di comunicazioni con l'esterno.
D'altro canto la crescente diffusione del torrentismo e le casistiche d'incidenti di alcune regioni del centro-sud (per non parlare di quel che succede nella vicina Francia) fanno supporre che da qui a non molto il soccorso in forra potrebbe rappresentare l'attività principale dei tecnici speleo del CNSAS, cosa che inevitabilmente comporterebbe dei problemi di ristrutturazione organizzativa (un Soccorso Forre che affianchi quello Speleo e quello Alpino?).
Tornando all'attività della IX Zona è importante sottolineare che proprio quest'anno è stata rivolta una notevole attenzione all'addestramento medico dei volontari, addestramento da attuare in base a un preciso programma che prevede una serie di lezioni teorico-pratiche rivolte a tutti i tecnici e una serie di lezioni aggiuntive destinate a un gruppo di "tecnici medicalizzati" in grado sia di assistere in intervento i medici sia, in mancanza di questi, di offrire un primo condizionamento al ferito.
Oltre all'addestramento vero e proprio buona parte dei tecnici lombardi sono anche impegnati nello studio e messa a punto di nuove soluzioni tecniche, operando sia autonomamente in gruppi interni alla IX Zona, sia nell'ambito di numerose Commissioni Nazionali del CNSAS (Commissione Tecnica, Medica, Forre, Disostruzioni) e in un caso, quello della Commissione Speleosub, dalla IX Zona proviene anche il responsabile nazionale.

[Teleferica]
Un recupero tramite "teleferica"
Fotografia di Mauro Inglese
(Gruppo Grotte Milano Cai-Sem)

L'impegno e l'entusiasmo di molti volontari speleo lombardi hanno portato sia in passato che ora al concretizzarsi di risultati importanti sotto l'aspetto sia tecnico che organizzativo.
Basterà citare la messa a punto dell'argano Vanin, i cui vantaggi, praticità d'uso anche in mancanza di spazio operativo e possibilità di risalita della barella più fluida e continua, hanno fatto sì che il suo uso si sia esteso anche al di fuori dell'ambito speleo e al di fuori della regione.
Lombarda è anche la "filosofia" del recupero che, invece di squadre che precedono la barella armando i pozzi via via incontrati in risalita, prevede l'armo completo della grotta, o, nel caso di notevoli profondità, di un'ampia sezione di questa, e il successivo movimento senza interruzioni della barella. La scelta comporta ovviamente una maggiore quantità di materiali utilizzati e tempi d'intervento più lunghi, ma si adegua ai moderni orientamenti della medicalizzazione dell'infortunato in grotta (in pratica si è passati dal "fuori in fretta anche se in qualche maniera" al "fuori nelle migliori condizioni possibili anche se in tempi più lunghi").
È ovvio che al di là delle parole e di tutte le esercitazioni e simulazioni possibili la migliore verifica dell'efficienza di un corpo di soccorso è rappresentata dai risultati ottenuti in intervento reale e in tal senso la IX Zona è stata messa alla prova in occasione degli ultimi due interventi importanti che hanno interessato la nostra regione. Nel primo caso, quello dello sfortunato speleosub morto intrappolato al di là di una strettoia nel sifone del Buco del Castello di Nesso due anni orsono, alla banalità del recupero nella parte in grotta si è contrapposta l'estrema delicatezza del recupero in sifone, recupero risolto dalla bravura del tecnico sub Luigi Casati, che per questo intervento è stato insignito della medaglia di bronzo al valor civile. Nel secondo caso, il recente intervento all'"Omber in banda al bus del zel", sono state le caratteristiche del tratto di grotta interessato che hanno posto i tecnici davanti a problemi non indifferenti.
Meandri, bassi laminatoi, strettoie e una serie di brevi pozzi dalle uscite rese problematiche anche per la presenza di strutture metalliche, mal si adattavano alla progressione di una barella con un infortunato che presentava una brutta frattura di femore oltre a numerose anche se lievi ferite e contusioni.
Nonostante le difficoltà però il recupero si è concluso nel migliore dei modi, permettendo di riportare l'infortunato in superficie da -200 in condizioni generali buone e in tempi contenuti.
Il rischio in questi casi è quello di "sedersi sugli allori" confidando nelle capacità già acquisite, ma non sembra che questo sia il caso del Soccorso Speleologico che continua a lavorare e ad addestrarsi con impegno, consapevole dei numerosi problemi che ancora rimangono da risolvere.

(Articolo pubblicato su Grotte di Lombardia, n. 1, 1994, pp. 45-46)


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