In una regione come la nostra dove ogni week-end numerosi speleologi percorrono molte delle
quasi 3000 cavità presenti, è evidente l'importanza di un efficiente soccorso
ipogeo. In Lombardia l'organizzazione del soccorso in grotta è affidata alla
IX Zona Speleologica
del Corpo Nazionale di Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS).
Tale zona (il termine "zona" ha da poco sostituito la vecchia denominazione di "gruppo")
può contare attualmente (1994) su circa 40 volontari, tra i quali 2 medici e 3 tecnici
speleosub, e ha sede operativa presso il Centro di Soccorso del Bione, a Lecco.
Il basso numero di incidenti accaduti negli ultimi anni il Lombardia (vedi tabella) potrebbe
erroneamente indurre a credere che scarso sia l'impegno richiesto ai volontari lombardi; in
realtà all'interno della IX zona notevole è l'attività svolta sia a
livello addestrativo sia a livello di ricerca finalizzata al perfezionamento di materiali e
tecniche. L'addestramento annuale comprende attualmente esercitazioni didattiche in esterno,
nelle quali vengono affinate le manovre in condizioni operative ottimali, esercitazioni
didattiche in grotta, nelle quali il precedente programma viene più volte ripetuto fino
ad ottenere una buona efficienza nel reale ambiente operativo, e simulazioni di recupero da
medie profondità, che costituiscono un decisivo momento di verifica di tutto
l'apparato.
| ATTIVITÀ DEL SOCCORSO SPELEOLOGICO LOMBARDO | ||||
|---|---|---|---|---|
| ANNO | INTERVENTI SPELEO |
PERSONE SOCCORSE |
MORTI | FERITI |
| 1989 | 4 | 5 | 1 | 2 |
| 1990 | 11 | 20 | 1 | 6 |
| 1991 | 4 | 10 | - | 1 |
| 1992 | 1 | 1 | 1 | - |
| 1993 | 2 | 4 | - | 1 |
| (fonte: Relazioni Annuali Soccorso Alpino e Speleologico Lombardo) | ||||
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L'impegno e l'entusiasmo di molti volontari speleo lombardi hanno portato sia in passato che
ora al concretizzarsi di risultati importanti sotto l'aspetto sia tecnico che
organizzativo.
Basterà citare la messa a punto dell'argano Vanin, i cui vantaggi,
praticità d'uso anche in mancanza di spazio operativo e possibilità di risalita
della barella più fluida e continua, hanno fatto sì che il suo uso si sia esteso
anche al di fuori dell'ambito speleo e al di fuori della regione.
Lombarda è anche la "filosofia" del recupero che, invece di squadre che precedono la
barella armando i pozzi via via incontrati in risalita, prevede l'armo completo della grotta,
o, nel caso di notevoli profondità, di un'ampia sezione di questa, e il successivo
movimento senza interruzioni della barella. La scelta comporta ovviamente una maggiore
quantità di materiali utilizzati e tempi d'intervento più lunghi, ma si adegua
ai moderni orientamenti della medicalizzazione dell'infortunato in grotta (in pratica si
è passati dal "fuori in fretta anche se in qualche maniera" al "fuori nelle migliori
condizioni possibili anche se in tempi più lunghi").
È ovvio che al di là delle parole e di tutte le esercitazioni e simulazioni
possibili la migliore verifica dell'efficienza di un corpo di soccorso è rappresentata
dai risultati ottenuti in intervento reale e in tal senso la IX Zona è stata messa alla
prova in occasione degli ultimi due interventi importanti che hanno interessato la nostra
regione. Nel primo caso, quello dello sfortunato speleosub morto intrappolato al di là
di una strettoia nel sifone del Buco del Castello di Nesso due anni orsono, alla
banalità del recupero nella parte in grotta si è contrapposta l'estrema
delicatezza del recupero in sifone, recupero risolto dalla bravura del tecnico sub Luigi
Casati, che per questo intervento è stato insignito della medaglia di bronzo al valor
civile. Nel secondo caso, il recente intervento all'"Omber in banda al bus del zel", sono
state le caratteristiche del tratto di grotta interessato che hanno posto i tecnici davanti a
problemi non indifferenti.
Meandri, bassi laminatoi, strettoie e una serie di brevi pozzi dalle uscite rese problematiche
anche per la presenza di strutture metalliche, mal si adattavano alla progressione di una
barella con un infortunato che presentava una brutta frattura di femore oltre a numerose anche
se lievi ferite e contusioni.
Nonostante le difficoltà però il recupero si è concluso nel migliore dei
modi, permettendo di riportare l'infortunato in superficie da -200 in condizioni generali
buone e in tempi contenuti.
Il rischio in questi casi è quello di "sedersi sugli allori" confidando nelle
capacità già acquisite, ma non sembra che questo sia il caso del Soccorso
Speleologico che continua a lavorare e ad addestrarsi con impegno, consapevole dei numerosi
problemi che ancora rimangono da risolvere.
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