[CNSAS]

Club Alpino Italiano

Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico

Coordinamento Speleologico

[CAI]

G. RIBALDONE

Le operazioni di soccorso nel Buco del Castello di Roncobello (Bergamo)

Tratto da:
Nascita
La Nascita
del Soccorso
Speleologico

Questa storia, a chi l'ha seguita al di fuori o per sentito dire, può essere sembrata molto breve; ma a chi l'ha vissuta in fondo all'abisso di Roncobello senza viveri, senza luce, al freddo, all'umido e, soprattutto, con solo la speranza di un aiuto, a tutti costoro - vi assicuro - è sembrata una storia terribilmente lunga, quasi senza fine.

Ma cominciamo dall'inizio... e cioè da quando, un pomeriggio dello scorso aprile, sette speleologi bolognesi sono arrivati a Roncobello, un piccolo paesino della Val Brembana, intenzionati ad esplorare una cavità già nota per la massima parte e in cui alcuni di loro già erano stati. Era un sabato e seguivano una domenica e un lunedì entrambi festivi; avevano a disposizione ben due giorni per restare sottoterra, quindi potevano fare le cose con una certa calma.

Sezione

Sezione schematica della grotta

Nel pomeriggio del sabato i sette sono entrati nella grotta e, attrezzando tutti i piccoli salti che si incontravano lungo la discesa con delle scalette metalliche, si sono calati assicurandosi con corde, hanno superato le varie strettoie, proseguendo così con una certa regolarità l'esplorazione fin sull'orlo del grande pozzo di 80 m, che si trova a circa 230 m di profondità. A questo punto hanno stabilito il loro campo base. Quando sono entrati nella grotta, essa era completamente asciutta salvo qualche stillicidio che, verso il basso, formava un piccolo rivolo che saltava nel pozzo; anche questo però aveva sempre un aspetto poco pericoloso e per nulla preoccupante. I bolognesi si sono quindi apprestati a discendere il pozzo e, dato che si trattava di una difficoltà notevole, si sono divisi in due squadre: quattro sono scesi fino in fondo mentre gli altri tre sono rimasti scaglionati sopra vari ripiani esistenti lungo il pozzo, per assicurare la risalita dei compagni. I quattro ultimata la discesa, hanno proseguito in quello che era il loro intento e cioè vedere se la cavità aveva delle prosecuzioni ulteriori verso il basso. Hanno fatto così un giro di perlustrazione, calandosi in altri piccoli pozzetti e poi sono tornati verso il fondo del pozzo di 80 m. Nel frattempo il rivoletto di stillicidio, presente all'inizio della discesa, era ingrossato al punto di formare una vera cascata che impediva loro di risalire.

A questo punto è successo il dramma principale, quello cioè che sarà la causa di tutto quanto succederà in seguito: i compagni in cima al pozzo hanno sentito delle grida da parte dei quattro che erano in fondo, ma non sono riusciti a capire quanto dicevano. Ad un certo punto ad uno è sembrato di sentire che, alla base del pozzo, ci fosse un ferito, ed addirittura un ferito con una gamba rotta.

Ora, per chi abbia un minimo di esperienza in questi casi, è facile capire che uno con una gamba rotta deve essere portato di peso fino all'esterno, fin dove sia possibile un trasporto con altri mezzi. E trasportare di peso una persona per un percorso come quello che separava il fondo del pozzo dall'esterno dove, oltre ai salti verticali, si incontravano delle strettoie anguste, in cui, per passare, bisogna concentrarsi e strisciare, è una difficoltà notevolissima che, a prima vista, può apparire quasi insormontabile. Pertanto gli speleologi che si trovavano in cima al pozzo hanno capito che, da soli, non erano in grado di aiutare i loro compagni e, un po' presi dall'orgasmo, si sono precipitati fuori della grotta a cercare soccorso. Era ormai lunedì.

Fuori della grotta, la prima cosa che hanno pensato di fare è stata quella di telefonare a casa loro, alla loro città, per chiedere l'intervento di altri loro amici speleologi; ciò per due motivi: primo per evitare che la notizia si diffondesse - specialmente presso le famiglie dei quattro bloccati - secondo perchè a Bologna esiste un gruppo speleologico molto ben quotato con degli uomini di provata esperienza e in cui quindi essi avevano la massima fiducia. Purtroppo però, essendo quel lunedì giorno festivo, restò difficile trovare le persone cercate, di modo che la prima squadra partita da Bologna per portare i primi soccorsi risultò composta da speleologi raccolti un po' in fretta.

A questo punto vorrei aprire una parentesi e cioè dire che solo da pochi mesi a questa parte è stato fatto, nel campo della speleologia, un qualcosa di analogo a quanto già esiste in campo alpinistico per le operazioni di soccorso. Come infatti esiste - e molti lo sapranno - un Corpo di Soccorso Alpino del C.A.I., corpo che si articola in un certo numero di sezioni che sono dislocate nelle varie stazioni alpine, cioè nei vari centri in prossimità delle montagne; così pure nel campo della speleologia, è stato fondato, pochi mesi or sono, un gruppo analogo, che fa capo ancora al Corpo di Soccorso Alpino e che è stato dedicato ad un famoso speleologo torinese, Eraldo Saracco. Per il loro funzionamento, le sezioni raggruppano un certo numero di persone (membri volontari) che, quando si verifica un incidente, immediatamente si mettono in azione per portare aiuto agli infortunati. Il gruppo di soccorso speleologico sta ancora facendo i suoi primi passi: esso ha avuto il suo riconoscimento e il suo battesimo ufficiale proprio in questa occasione.

La prima squadra partita il lunedì da Bologna ha lasciato infatti l'incarico alla sede bolognese di organizzare una spedizione più in grande per portare degli aiuti veramente efficaci. Nell'organizzazione la seconda spedizione, i bolognesi hanno pensato di rivolgersi anche alle squadre di Torino e di Milano, sia perchè più prossime, sia perchè possedevano delle attrezzature un po' particolari, come argani smontabili, che avrebbero potuto essere utili, sia - soprattutto - perchè erano formate da uomini che hanno al loro attivo molte esplorazioni in grotte assai profonde e quindi una vasta esperienza in materia, da uomini che apparivano quindi i più adatti e qualificati a portare un aiuto agli speleologi bloccati nel «buco» di Roncobello.

Gli speleologi bolognesi della prima squadra di soccorso sono arrivati a Roncobello nella notte fra lunedì e martedì e due loro componenti sono entrati immediatamente nella grotta, con lo scopo di scendere velocemente per portare dei medicinali e i primi soccorsi al traumatizzato. È infatti risaputo che in grotta, dato il particolare tipo di ambiente, così umido e disagiato, l'organismo reagisce molto meno bene che all'esterno e soprattutto la pressione sanguigna si abbassa molto; perciò un traumatizzato in stato di choc è molto esposto al pericolo di un collasso cardiaco.

I due primi speleologi sono entrati con un anticipo di circa 2 ore rispetto alla squadra più numerosa che è entrata in grotta verso le 4 del mattino di martedì. Nel pomeriggio del martedì, e cioè circa una giornata dopo che questa squadra era entrata in grotta, siamo arrivati a Roncobello noi di Torino, in cinque, contemporaneamente alla seconda squadra di speleologi di Bologna, quella che ci aveva dato l'allarme.

Nel frattempo, a Roncobello, la notizia dell'incidente ormai si era diffusa. C'era molta gente che ne parlava; e c'era della gente del posto - che diceva di conoscere bene la grotta, essendo già discesa parecchie volte nella cavità - che si offrì di scendere per vedere che cosa era successo sia dei primi sia dei secondi che erano entrati in soccorso e non erano più usciti a dare notizie. A questo punto sono anche iniziate delle lunghe polemiche, poichè in tutte le spedizioni di questo genere, quando si teme per la vita di qualcuno, l'orgasmo e la paura fanno sempre dire delle cose che poi si vorrebbe non aver dette; ma tralasciamo queste che sono polemiche molto sterili e diciamo invece quanto è stato fatto.

Nel pomeriggio di martedì, appena arrivati a Roncobello, abbiamo pensato di entrar subito in grotta per renderci conto direttamente di come stavano in effetti le cose. Siamo scesi noi cinque di Torino, assieme a due speleologi locali - di San Pellegrino - che conoscevano abbastanza bene la grotta. Dietro di noi è discesa la seconda squadra di Bolognesi che si era assunta il compito di cercare di allargare le fessure più strette, pur disponendo solo di mezzi un po' rudimentali, quali mazza e scalpello; i risultati ottenibili potevano d'altronde essere interessanti, dato che sovente può essere sufficiente asportare solo pochi centimetri di roccia per facilitare già di molto il passaggio.

Noi siamo scesi e in poco meno di due ore siamo arrivati in cima al grande pozzo. Qui abbiamo trovato il grosso della prima squadra di soccorso bolognese e ci siamo resi conto della difficoltà di raggiungere quelli che si trovavano bloccati al fondo del pozzo: questi soccorritori avevano infatti cercato di scendere, ma non erano riusciti a superare la cascata che si precipitava all'interno del pozzo; solo i primi due bolognesi, che erano scesi in grotta con un certo anticipo per portare i primi aiuti, erano riusciti a passare. La spiegazione che subito ci è sembrata la più evidente è stata questa: quando i primi due sono discesi, non doveva esserci ancora moltissima acqua; poi questa è cresciuta rendendo impossibile la discesa: al momento del nostro arrivo la portata poteva infatti essere di 50-100 l/s.

Abbiamo fatto ugualmente un nuovo tentativo, se non altro per studiare la situazione nel pozzo.

Per venti metri era possibile scendere evitando l'acqua e si arrivava su di un terrazzo; successivamente un altro salto di venti metri permetteva di arrivare a 40 m dal fondo del pozzo sempre evitando l'acqua. A questo punto l'attacco delle scale fatto inizialmente dai bolognesi rimasti bloccati era praticamente inutilizzabile, perchè si trovava proprio sotto la caduta dell'acqua, investito in pieno dalla cascata. Abbiamo ugualmente tentato di forzare il passaggio e uno dei bolognesi si è offerto di discendere sotto la cascata assicurato da tutti noi, ma, dopo qualche metro appena, ha dovuto risalire perchè gli era impossibile respirare. L'unica cosa da fare era quindi studiare la situazione e soprattutto mantenere in vita quelli alla base del pozzo.

Noi siamo quindi risaliti e ci siamo avviati all'uscita della grotta, mentre una squadra di milanesi - giunta nel frattempo al campo base, in cima al grande pozzo - si è presa l'incarico dì cercare di far pervenire in fondo al pozzo dei sacchi con viveri, carburo, vestiario, telefono.

Sezione

Sezioni del pozzo grande, al fondo del quale
restarono bloccati gli speleologi bolognesi

Una volta uscito dalla grotta, ho ripensato con più calma a quello che avevo potuto osservare della conformazione del pozzo durante la risalita, a come era la sua struttura, e mi è venuto in mente che, con una variante, era forse possibile evitare, almeno parzialmente l'acqua. Purtroppo, il tempo necessario per uscir fuori, ed anche qualche ora di riposo, non ci hanno permesso di rientrare prima del pomeriggio di mercoledì.

La situazione che ci si presentava era dunque questa: in fondo al pozzo, con poca luce, senza viveri e senz'altro bagnati, erano sei speleologi, fra i quali forse uno ferito; quattro di queste persone si trovavano giù dalla domenica. I pochi soccorsi che potevano aver portato i due bolognesi scesi nella notte di lunedì non potevano certamente aver diminuito la situazione di disagio: era quindi necessario trovare una soluzione.

Mercoledì pomeriggio si è formata una squadra composta da bolognesi, milanesi e torinesi che si è proposta di far pervenire in qualche modo in fondo al pozzo un certo numero di sacchi: pensammo, ad esempio, di calarli con delle funi, messe in posizione tale che non si impigliassero, attaccando al fondo dei sacchi delle pile da sommozzatore affinché i bloccati, ormai senza luce, li potessero vedere. In ogni caso volevamo assolutamente portare degli aiuti a quelli che si trovavano in fondo al pozzo.

Questa squadra è scesa fino al campo base e poi per i primi venti metri del pozzo grande. A questo punto ho messo in atto quell'idea che mi era venuta in mente ripensando alla conformazione del pozzo e cioè di cambiare il secondo attacco della scala.

All'altezza di questo attacco infatti il pozzo si presentava diviso in due da un ponte naturale che permetteva di attraversare verso la parte opposta, verso un punto in cui era possibile mettere le scalette un po' più lontane dall'acqua. Effettivamente la discesa lungo la nuova via si effettuava ad una certa distanza dalla cascata fino a circa 20 metri dal fondo del pozzo; a questo punto però la cascata picchiava lateralmente su di una placca di roccia e veniva sbalzata contro la scala. Ma, siccome a quel punto mancavano solo venti metri al fondo del pozzo, ho deciso di fare un tentativo; d'altra parte su in cima c'erano quattro persone che mi assicuravano e che avrebbero potuto tirarmi su di peso ad un solo mio comando. Ho provato a scendere e sono entrato qualche metro sotto la cascata: ho visto che, raccogliendo la testa fra le spalle e rannicchiandomi un po', potevo riuscire a respirare. Era una cosa abbastanza difficile perchè, sotto l'acqua, la cascata aveva una esasperante continuità e una violenza soffocante e quasi rabbiosa dato che a questo punto, anche se un po' attutita dal rimbalzo che faceva sulla placca, piombava da 60 metri d'altezza. Ad ogni modo, visto che non era impossibile respirare, ho proseguito e sono arrivato in fondo al pozzo. A questo punto si è risolto il mistero che avvolgeva la situazione: i quattro speleologi bloccati lì in fondo dalla domenica erano tutti in discreta salute; mentre erano invece feriti i due speleologi soccorritori. Questi erano precipitati scendendo l'ultimo tratto di pozzo, travolti forse dalla violenza dell'acqua. Per uno di loro la situazione era veramente drammatica e quasi senza speranza; per l'altro si potevano invece nutrire delle buone speranze di riportarlo alla superficie vivo.

A questo punto con un sistema di segnali convenuti a mezzo di fischietto, è iniziata la discesa dei sacchi per portare viveri, carburo, abiti asciutti e sacchi a pelo agli speleo logi bloccati. Sono così scesi in fondo al pozzo 8 sacchi con tutto ciò.

Abbiamo cioè messo gli speleologi in grado di resistere ancora per qualche ora. Purtroppo non era possibile, al momento, fare di più perchè si doveva di nuovo uscire all'esterno per organizzare il ricupero di questi uomini, dato che anche quelli che non erano feriti non apparivano più in grado di risalire con i loro mezzi; però, sapendo con esattezza la situazione, era ormai possibile organizzare il ricupero con una certa regolarità, provvedendo anche ai mezzi necessari. In particolare, per il recupero dei feriti si doveva utilizzare un sistema particolare, cioè il sacco Gramminger, che permette di imbragare e portare nel modo più opportuno sulle spalle un ferito, consentendo di effettuare discese anche per lunghe pareti, ed è un sistema molto usato in campo alpinistico. Naturalmente però la risalita lungo la parete del pozzo avrebbe presentato delle difficoltà nettamente superiori rispetto alle discese in roccia, specie perchè doveva essere fatta al buio, sotto una cascata di quel genere e in condizioni difficili anche perchè la corda sarebbe stata sempre in tiro un po' obliquo.

A Roncobello frattanto erano sopraggiunte altre squadre di volontari da ogni parte d'Italia e in particolare una numerosa squadra di triestini: questi ultimi, invitati in un secondo tempo, non erano stati inizialmente chiamati dai bolognesi, non certamente perchè non si avesse fiducia nelle loro capacità - dato che si sa che sono fra i migliori, in quanto dalle loro parti esiste un numero grandissimo di grotte - ma unicamente in relazione alla distanza della loro città.

I triestini si sono presi l'incarico di recuperare uno dei feriti, in quanto avevano con loro degli uomini esperti che già avevano provato in montagna a portare una persona a spalle durante un recupero: in particolare si sono assunti il compito di attrezzare preliminarmente il punto di partenza con chiodi e carrucole. L'altro ferito sarei poi sceso io a recuperarlo con lo stesso sistema qualche ora più tardi e cioè dopo il tempo materiale per un breve riposo.

Nella giornata di giovedì, i triestini entrano quindi in grotta; ma purtroppo l'attrezzare il punto di partenza in cima al pozzo ha richiesto loro molto tempo, specie perchè hanno avuto delle difficoltà per piantare i chiodi (si è dovuto infatti impiegare chiodi ad espansione che richiedono la preventiva esecuzione di fori nella roccia). Il tempo di permanenza piuttosto prolungato e la fatica non indifferente di mettere i numerosi chiodi per l'attacco delle carrucole, hanno un po' debilitato tutta la squadra; di modo che quando uno di loro si è calato in fondo al pozzo, gli uomini che stavano in cima non erano più in grado di effettuare il recupero del ferito. Comunque l'uomo sceso in fondo al pozzo è anche riuscito a stabilire un collegamento telefonico fra il campo base e il fondo del pozzo.

Quando nel tardo pomeriggio di giovedì siamo rientrati nella grotta abbiamo così trovato i triestini che stavano risalendo. Il tempo in tutte queste operazioni preliminari era stato lungo, ma non avrebbe potuto essere certo minore; d'altra parte, essendo ormai trascorso troppo tempo la situazione si era ancora aggravata e bisognava assolutamente portare al più presto fuori dalla grotta tutti gli speleologi bloccati.

A questo punto sono ridisceso in fondo al pozzo col proposito di recuperare uno dei feriti. Quando sono giunto tra i bloccati fu possibile fare, tramite il telefono, una diagnosi da parte di un dottore: apparve così che per uno dei feriti, quello più grave, c'era poco da fare, in quanto - oltre ad una sicura grave commozione celebrale - doveva anche presentare la frattura della colonna vertebrale; questo in quell'ambiente e soprattutto dopo tre giorni che si trovava in quelle condizioni! Allora, mettendo da parte la pietà, visto che l'altro infortunato - sebbene grave ed in stato di choc - dava fondate speranze di poter sopportare il trasporto, abbiamo deciso di recuperare il ferito che aveva più possibilità di essere portato alla superficie vivo. Aiutato in qualche modo dai quattro che erano lì dalla domenica, ho imbragato il ferito, l'ho caricato sulle spalle ed ho iniziato la risalita: le corde arrivavano in tiro obliquo rendendomi il compito molto difficile e penoso, specie nel primo tratto. Successivamente, quando sono stato sotto la verticale del pozzo, la risalita ha potuto svolgersi più regolarmente, a parte un paio di fermate dovute al fatto che il tiro dall'alto mi faceva incastrare con la testa sotto a degli strapiombi; e ciò sotto quell'enorme cascata d'acqua che rendeva il tutto ancora più difficile.

Finalmente il ferito è arrivato al primo terrazzo sotto il campo base, in un punto dove il medico poteva già assisterlo. Si è quindi pensato di recuperare i quattro che dalla domenica erano in fondo al pozzo. In base alle istruzioni che avevo loro impartito prima di risalire, anche questa fase si è svolta regolarmente.

Nella notte di giovedì i quattro sono arrivati in cima al pozzo, al campo base. Il ferito si trovava poco sotto, e in fondo c'era un morto...

I quattro dopo essersi cambiati e rifocillati al campo base, sono stati accompagnati all'esterno, dove sono arrivati venerdì mattina: le loro condizioni non destavano alcuna preoccupazione nonostante i disagi subiti. Molte preoccupazioni destavano invece, nel medico, le condizioni del ferito - trasportato nel frattempo al campo base - in quanto lo stato di choc in cui si trovava era veramente forte e probabilmente durava ormai da troppo tempo: il pericolo di un collasso cardiaco era molto grave; e, purtroppo, questo collasso è venuto nella mattinata di sabato. La conclusione è ormai facile ad immaginarsi: il ricupero delle salme è stato effettuato a prezzo di gravi fatiche; ma facilitato, almeno in parte, dall'interessamento di persone all'esterno che hanno messo a disposizione molti aiuti, tra cui dei martelli picconatori che sono serviti per allargare il passaggio nei punti più stretti della parte iniziale della grotta.

Alla domenica mattina l'operazione era conclusa.

Terminava così una storia molto triste ed una avventura drammatica oltre che dolorosissima.

Molte parole sono state spese su quanto è stato fatto e su quanto si sarebbe dovuto fare, sulle capacità dell'uno e sull'abilità dell'altro. lo penso però che quando Uno perde la vita in questo modo ha acquisito almeno un diritto, quello che si parli di Lui con rispetto. Purtroppo a volte questo non succede e ciò proprio per il fatto che la vita continua; ed è nella nostra natura di uomini il desiderio di trarre una conclusione ed un insegnamento da tutte le esperienze, anche dalle più dolorose.

In questo caso l'insegnamento che si può trarre è quello di un consiglio alla prudenza, perchè - quando si ha a che fare con le forze della natura - è l'unico che sia valido.

Luigi Donini

Luigi Donini alla sommità del P84 è assistito da un medico.

(Archivio Commissione Grotte E. Boegan - Trieste)

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