Due incidenti mortali in grotta, ad una settimana di distanza l'uno dall'altro, hanno
funestato la recente attività estiva. L'8 agosto il collega milanese Gianni Piatti
perdeva la vita precipitando da un'altezza di venti metri nel salto terminale della "Grotta
Guglielmo" a Como, mentre una settimana più tardi il carissimo amico Eraldo Saracco di Torino trovava la morte precipitando in un pozzo di trenta metri nella "Voragine di
Ispinigoli" in Sardegna.
Questi due incidenti a così breve distanza hanno profondamente colpito l'opinione
pubblica e nello stesso tempo non possono lasciare indifferenti gli stessi ambienti
speleologici, specialmente in considerazione del fatto che la speleologia italiana, in quasi
un secolo di intensa attività, aveva seminato sul suo cammino ben poche vittime.
Sette erano state in tutto le persone che avevano trovato la morte in operazioni in grotta
dalla metà del secolo scorso a tutto il 1940, ma in nessun caso si trattava di veri
speleologi. Un primo incidente si verificava nel 1866 presso la "Grotta dei Morti" n. 15 V.G. nel Carso Triestino dove trovavano la morte quattro operai in seguito ad una esplosione di mine. Un giovane studente moriva ancora nel 1916 precipitando nel salto terminale di 65 metri della "Grotta di Monte Tre Crocette" n. 2234 Lo in provincia di Varese. Nel corso
dell'esplorazione effettuata nel 1925 all'"abisso Bertarelli" nel Carso Istriano da parte
della Commissione Grotte della SAG altri due operai perdevano la vita in una improvvisa piena del torrente sotterraneo.
Nel periodo post-bellico si giunge sino al 1955 senza che la speleologia sia funestata da
gravi incidenti, escludendo eventuali disgrazie occorse in grotta a persone del tutto estranee all'ambiente speleologico. In quell'anno lo speleologo triestino Lucio Mersi perdeva la vita mentre si accingeva alla discesa del grande salto di 120 metri dell'"Abisso Gaché" sul Marguareis (Piemonte). Fortunatamente per molti anni non si ebbero più a registrare nel nostro Paese altre sciagure di tal genere.
Il 1961 iniziava con un nuovo incidente che doveva aprire la serie non ancora interrotta. Il
15 gennaio, la neospeleologa romana Adriana Androsoni perdeva la vita nel corso
dell'esplorazione del "Pozzo della Ventrosa" nei Monti Prenestini (Lazio), precipitando per
una quarantina di metri.
Più denso di disgrazie doveva rivelarsi il 1964, dopo tre anni trascorsi senza
incidenti mortali, ma costellati di numerosi incidenti minori. Nel luglio di quell'anno
perdeva la vita durante una discesa nella "Spluga della Preta" (Verona) la speleologa veronese Marisa Bolla Castellani, precipitata da un'altezza di trenta metri nel terzo grande pozzo. Appena tre mesi dopo un giovane boy-scout di Forte dei Marmi perdeva la vita precipitando in un profondo pozzo del Monte Freddone (Alpi Apuane) ove si stava calando con una fune.
Questa brevemente in sintesi la serie di incidenti mortali, dalla quale possono essere stati
esclusi altri casi che al momento non ho presenti, che ha preceduto le due disgrazie della
scorsa estate. Ho tralasciato di proposito di parlare degli incidenti con conseguenze
più lievi, poiché in tale settore esiste una casistica talmente vasta da
richiedere approfondite ricerche. Ma anche solo il numero degli incidenti mortali, specialmente in questo ultimo anno, è sufficientemente ampio, soprattutto se messo in relazione con quello degli anni precedenti.
Nonostante questo, e sarebbe poi illogico il contrario, il numero delle persone che si
interessano di speleologia aumenta costantemente. Dobbiamo osservare anzi che una delle
ragioni dell'aumentato numero di incidenti, oltre alle singole cause che li determinano,
è dato dall'aumentato numero di persone che sempre più si dedicano a questa
nostra attività. Il fatto di registrare incidenti, in speleologia oggi come in
alpinismo ieri, contribuisce notevolmente alla sua divulgazione tra le masse ed a produrre un maggior numero dì adepti. Non dimentichiamoci che la stessa parola speleologia
cominciò ad essere pronunciata correttamente dopo l'incidente mortale di Marcel Loubens, poiché le vicende di tale disgrazia furono lette da milioni di persone in tutta Europa.
Anche altri Paesi europei in cui è sviluppata la speleologia registrano da anni
incidenti mortali, come la Francia ed il Belgio a cui sembra spettare questo triste primato,
ma in questi stessi Paesi si è da anni provveduto a creare un organismo di soccorso. In Italia si sa che ogni settimana accadono numerosi incidenti alpinistici, ma per questo da
tempo funziona il Corpo di Soccorso Alpino appositamente creato.
Nulla invece esiste nel nostro paese per il settore speleologico. Tutti gli incidenti
più o meno gravi sin qua registrati hanno visto all'opera speleologi e forze pubbliche, ma si è sempre trattato di azioni spontanee ed il più delle volte disorganizzate, che hanno sempre tentato di fare il possibile, dimostrando nello stesso tempo molti limiti e molti difetti.
I Vigili del Fuoco, che sono i primi ad intervenire in simili frangenti, si sono dimostrati
assolutamente incapaci di qualsiasi azione che non si possa svolgere all'esterno. Nel caso
di un incidente occorso in una grotta del bolognese ove i Pompieri intervennero prima di noi, fu ugualmente necessario il nostro intervento, poiché la loro attrezzatura era
completamente inadatta per il nostro genere di grotte. Ugualmente dicasi per gli alpinisti e
per il Corpo di Soccorso Alpino. Gli unici capaci di soccorso in grotta possono essere
soltanto gli speleologi. Abbiamo assistito in questi ultimi tempi ad operazioni di recupero
pressoché impossibili effettuate da speleologi, come nel caso della "Spluga della Preta" o della "Grotta Guglielmo". Trovati gli uomini adatti, quello che manca è ancora l'organizzazione.
Al momento attuale, mancando cioé un minimo di organizzazione può essere ben
difficile il reperire anche gli uomini, specialmente se nel periodo estivo o in giorni festivi. È il caso della "Guglielmo": lanciato l'appello ai Vigili del Fuoco, nonostante le loro febbrili ricerche, non fu possibile reperire immediatamente che pochi uomini, sebbene fossero stati interpellati i Gruppi di Torino, Como, Milano, Varese, Trieste, Bologna e Faenza. Nel nostro Gruppo stesso, e fummo i primi ad intervenire, non riuscimmo a trovare, e solo per puro caso, che tre uomini disponibili; in molti casi non riuscimmo a rintracciare numerosi soci assenti da Bologna, per mancanza del loro indirizzo. Solo dopo due giorni dal primo appello fu possibile radunare una squadra di una ventina di speleologi. Si è constatato inoltre che i Vigili del Fuoco di quasi tutte le città interpellate ignoravano l'indirizzo dei Gruppi Grotte, il che ha notevolmente contribuito ad aumentare il ritardo di intervento.
Anche nel campo del materiale si accusavano notevoli lacune. Quasi tutti i Gruppi, impegnati
in quel periodo in operazioni in grotta, avevano il magazzino semivuoto, per cui si è
stati costretti ad usare materiale vecchio e pesante. Anche nel settore dell'illuminazione si era tutti sprovvisti di carburo e di batterie, materiale che abbiamo dovuto procurare a Como, perdendo comunque tempo prezioso. Attrezzature idonee per il recupero di un ferito o di un morto mancavano completamente; solo due giorni dopo si riuscì ad ottenere un sacco per trasporto feriti tipo Esteco dal Soccorso Alpino di Trieste, ma anche questo si dimostrò poco idoneo per operazioni in grotta. Un'altra lacuna avrebbero potuto essere i mezzi di trasporto, ma a tale inconveniente hanno in parte provveduto i Vigili del Fuoco e la Pubblica Sicurezza mettendo a disposizione due jeeps ed un piccolo pullman da Bologna e da Trieste sino a Palanzo. Di qua un'altra jeep provvedeva al trasporto di persone e materiale sino al Rifugio che si apre in prossimità della grotta.
Tutti questi elementi, causati unicamente dalla mancanza di una organizzazione specifica, che nel caso nostro non hanno fatto altro che ritardare le operazioni, in altra occasione avrebbero potuto essere determinanti per la salvezza di vite umane. Deriva da ciò la
necessità di creare nel nostro Paese un organismo di soccorso speleologico, creato a
somiglianza del Soccorso Alpino anche se con le debite proporzioni, che in casi di sciagure in grotta possa intervenire sollecitamente, con uomini e materiali idonei, evitando, gli
inconvenienti sopra riportati i quali, se si riferiscono al caso della "Grotta Guglielmo",
possono però essere estesi a tutti gli altri casi precedenti di salvataggio.
Tra tutti i Paesi ove è sviluppata la speleologia, forse l'italia è ancora
l'unica ove nulla si è fatto in questo campo. La Presidenza del IV Congresso
Speleologico Internazionale, che si svolge in questi giorni in Jugoslavia, ha invitato
ufficialmente i partecipanti a presentare relazioni sul tema del salvataggio in grotta per
documentarsi su come sia stato risolto tale problema nei vari Paesi.
La Francia, all'avanguardia della speleologia in Europa, si è organizzata da tempo in
questo settore, usufruendo dell'appoggio degli enti preposti alla pubblica sicurezza. A
Grenoble esiste una stazione di soccorso ben attrezzata, che dispone persino di un aereo. Gli uomini di tale squadra compiono due operazioni addestrative all'anno, ugualmente pagati in tali giorni dai loro datori di lavoro.
In Belgio si svolse nel 1963 una Riunione Internazionale sul Salvataggio in Grotta, organizzato dalla Federazione Speleologica del Belgio, alla quale fui invitato. In tale Paese da ben tredici anni funziona un organismo denominato "Spéléo-Secours" che agisce sotto l'egida della Croce Rossa Belga e della Federazione Speleologica del Belgio, riconosciuto inoltre come organismo nazionale di salvataggio dall'I.N.E.P.S., il locale ente di previdenza infortunii. In tale riunione furono presentate le attrezzature a loro disposizione, ed alcuni films e diapositive riguardanti interventi compiuti dallo "Spéléo-Secours"; i membri dello S.S. effettuarono anche una dimostrazione di salvataggio nella "Grotta di Han" ad Han-sur-Lesse.
Appare quindi evidente da ciò quanto sia urgente in Italia il problema della creazione di un Corpo di Soccorso Speleologico, che ci permetta di metterci al livello delle altre nazioni. L'Italia è stata la patria della Speleologia e la sua grande tradizione del passato si riversa nell'intensa attività del presente e del futuro. Sempre maggiori saranno le schiere di persone che ogni giorno si inizieranno a questa nostra attività. E se abbiamo detto che la causa prima di tutti questi incidenti è data dall'alto e sempre crescente numero di persone che si avvicina a questa grande comune passione, è nostro preciso dovere tutelare le nostre e le altrui vite almeno nelle forme più elementari.
Ora che, dopo le ultime recenti sciagure, ci si è resi conto della indilazionabile
necessità di colmare tale lacuna, è però necessario coordinare su scala
nazionale tutte le iniziative che potrebbero venir prese localmente e che, oltre a non
risolvere radicalmente il problema, non potrebbero portare a grandi risultati. Questo compito spetta quindi, oltre e più che alle competenti Autorità, ai dirigenti della speleologia italiana, poichè solo da noi può e deve partire una tale azione. La realizzazione di un Corpo Nazionale di Soccorso Speleologico può essere fatta in diversi modi e non è mio compito discutere o giudicare quale sia il migliore; questo tuttalpiù potrà uscire dalla discussione che spero vorrà seguire a questa mia esposizione. Ciò che invece mi sono proposto è di richiamare l'attenzione di tutti sulla indilazionabile necessità di creare un tale organismo, e di crearlo almeno prima che altre vittime si aggiungano all'ormai nutrita schiera di colleghi periti in grotta. Facciamo almeno che il loro sacrificio non sia stato del tutto inutile, ma che possa servire a salvare altre vite umane.